Non solo Cinema

Mata Hari (1931) di Greta Garbo

Mata Hari, Greta Garbo e la femme fatale

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Mata Hari era una danzatrice olandese che durante la Grande Guerra fu uccisa in Francia con l’accusa di essere una spia tedesca. La vita di questa donna misteriosa ha incuriosito scrittori e cineasti, tanto che, nel corso degli anni, sono state realizzate diverse produzioni cinematografiche e due prodotti televisivi. Ma il suo mito è tuttora vivo anche grazie a Greta Garbo che nel 1931 conferì ancor più charme a questa donna rendendola immortale.

 La pellicola con Garbo, che si intitola appunto ‘Mata Hari’, uscì in un periodo ostico per gli Stati Uniti che ancora non avevano superato le insidie della Grande Depressione del 1929. Chi erano i nemici degli Usa in ‘Mata Hari’? Erano modelli invisibili. Erano forze oscure e femminili che s’impossessavano di uomini fragili, a volte gelosi, e sicuramente combattuti.

Il contesto in cui fu girato il film Mata Hari di George Fitzmaurice

La Legge che vietava di consumare alcolici era ancora in vigore negli Usa che, dopo la crisi economica del 1929, si stavano chiudendo a riccio. I nemici, quindi, erano esterni quanto interni; tra questi ultimi c’erano quelle donne che durante la prima guerra mondiale avevano preso le redini del Paese, soprattutto della produzione, uscendo dalle loro case (dove si erano ritirate per secoli) per andare a lavorare in ambienti da sempre maschili. Ma il lavoro nobilita, quindi le donne che avevano ottenuto una certa indipendenza economica stavano acquisendo sempre più consapevolezza e reclamavano a gran voce i loro diritti.

 Il mito della femme fatale si diffuse nel cinema a cavallo tra gli anni Trenta e Quaranta sulla scia della Letteratura ottocentesca che, con il suo sguardo maschile, aveva creato un modello di donna pericolosa proprio perché seduttiva. Gli scrittori e gli artisti avevano inventato questa figura, scovandola dai meandri dell’inconscio collettivo, per reagire dunque alla prima ondata di emancipazione femminile che si fa risalire al XIX secolo e ai primi vent’anni del XX secolo. Il Cinema poi si servì di questa immagine libresca per esorcizzare una paura maschile collettiva che si manifestò nel primo dopoguerra per raggiungere l’apice nel secondo dopoguerra, con il noir.

 Nel 1931 dunque uscì il film Mata Hari, diretto da George Fitzmaurice. Greta Garbo interpreta in questo lungometraggio la danzatrice con una classe e uno charme memorabili. L’espressività eccelsa della Garbo ci dice che il cinema muto non era affatto un ricordo ma ci indica anche che il sonoro stava già contribuendo a valorizzare con forza una forma d’arte ormai non più secondaria.

 La luce in ‘Mata Hari’ è molto chiara: illumina i volti dei protagonisti, rendendoli eterei, sublimi, quasi divini, proprio come si usava fare all’epoca ad Hollywood. Il linguaggio è aulico, i corpi si muovono con una certa sinuosità, il ritmo è cadenzato, non lento. Tutto accade in un battito di ciglia, dall’inganno all’innamoramento passano infatti pochi minuti e il passaggio è quasi impercettibile.

  Mata Hari è in Francia. Si esibisce conquistando le platee dei gentiluomini mentre infuria la guerra. Nella prima sequenza una voce fuori campo ci dice che durante la prima guerra mondiale i traditori venivano fucilati e quindi la macchina da presa ci prepara a ciò che accadrà. Il sesso non si vede, è solo accennato, così come le scene di morte e di violenza. Il Cinema non voleva e non poteva mostrare il lato più cruento dell’umanità nonostante i traumi bellici fossero ancora vivi nella mente collettiva. Bisognava però estirparli, nasconderli, come si fa con le cose che mettono paura.

 I dolori non si dovevano vedere ma solo intravedere e nel film anche la sofferenza di una Mata Hari che sta per morire viene stemperata dalla retorica e dalla impossibilità di salvezza terrena.

Mata Hari Greta Garbo

Mata è astuta, geniale e per questo è incontrollabile

  Mata è un corpo bellissimo che seduce. Mata è astuta, geniale e per questo è incontrollabile. Mata estorce informazioni al giovane tenente Rosanoff (Ramón Novarro) seducendolo. Lui perde la testa e lei ne approfitta, sotto il dipinto della Madonna. Ed è questa la sequenza più incisiva che crea uno spartiacque tra prima e dopo trasformando e plasmando gli amanti che, vittime dei loro istinti, subiscono un destino di shakespeariana memoria, atroce e crudele.

 In quella scena, che segna il confine, Mata chiede a Rosanoff di spegnere il lumino che illumina il volto di Maria. Lui tergiversa. Lei lo implora. Lui le dice che non può perché ha fatto un voto. Lei chiede ancora. E lui cede. Sarà la rovina, per entrambi. Lei si innamora. Lui perde la vista (la recupererà presumibilmente dopo la morte di lei). Sono perduti. La gelosia di un altro uomo a darla in pasto ai suoi aguzzini è solo una concausa di un infausto destino.

 Il volto salvifico della donna, simboleggiato da Maria, è stato usurpato senza vergogna né ritegno dall’altra faccia del femminile, per la quale non c’era redenzione su questa terra né possibilità di rivalsa ma solo la pena capitale.

Mata Hari è come la strega del Medioevo ma non è come la Malefica di Angelina Jolie. I tempi nel 1931 non era ancora maturi per rendere visibile quella danza degli opposti che rende completa una donna. L’amore in questa pellicola non salva ma distrugge. L’amore non trasforma ma tormenta perché il male fatto ricade sul presente. Purtroppo non c’era ancora spazio per un’immagine diversa dalla madre, considerata per secoli dal patriarcato l’unica possibilità di espressione del femminile.

E il quadro della Madonna ce lo dice a gran voce in questo film che, pur non essendo un capolavoro, è stato reso celebre da Greta Garbo, la Divina, che con un’arcata di sopracciglia e un sorriso ammaliatore sapeva rendere i suoi personaggi sublimi ed inarrivabili, quali Anna Karenina, la Regina Cristina o anche l’ispettrice sovietica della commedia Ninotchka.

Donne che a volte vengono redente dall’amore come accade alla prostituta Anna Christie. Ma quando l’attrice provò ad andare oltre il ruolo che la macchina del Cinema le aveva confezionato, quello di vamp e carnefice, interpretando ruoli un po’ diversi, per lei fu la rovina: l’immagine della donna che seduce, distruggendo il malcapitato e tante volte anche se stessa, le si era talmente stampata addosso che nessuno riusciva a vederla in altre vesti. Decise così di abbandonare le scene, per sempre. La strega l’aveva divorata. (L’articolo è stato scritto da Maria Ianniciello, segui la giornalista su Instagram)

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Maria Ianniciello

Giornalista culturale. Podcaster. Scrivo di cultura dal 2008. Mi sono laureata in Lettere (vecchio ordinamento) nel 2005, con il massimo dei voti, presso l'Università di Roma Tor Vergata, discutendo una tesi in Storia contemporanea sulla Guerra del Vietnam vista dalla stampa cattolica italiana. Ho lavorato in redazioni e uffici stampa dell'Irpinia e del Sannio. Nel 2008 ho creato il portale culturaeculture.it, dove tuttora mi occupo di libri, film, serie tv e documentari con uno sguardo attento alle pari opportunità e ai temi sociali. Nel 2010 ho pubblicato un romanzo giovanile (scritto quando avevo 16 anni) sulla guerra del Vietnam dal titolo 'Conflitti'. Amo la Psicologia (disciplina molto importante e utile per una recensionista di romanzi, film e serie tv). Ho studiato presso l'Istituto Riza di Medicina Psicosomatica il linguaggio del corpo mediante la Psicosomatica, diplomandomi nel 2018 in Naturopatia. Amo la natura, gli animali...le piante, la montagna, il mare. Cosa aggiungere? Sono sposata con Carmine e sono mamma del piccolo Emanuele

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