Gli anni di Annie Ernaux: recensione

Che cosa resta nella nostra memoria di quegli eventi individuali ordinari che sembrano non cambiare la nostra vita ma che invece ci plasmano poco alla volta, attimo per attimo? Eventi privati che si intrecciano a fatti collettivi straordinari in una quotidianità piuttosto ordinaria. “Tutte le immagini scompariranno”, scrive Annie Ernaux, premio Nobel per la Letteratura 2022, in quel capolavoro che è Gli anni, edito in Italia da L’Orma editore.

“(…) Come il desiderio sessuale, la memoria non si ferma mai. (…) Si annienteranno d’un tratto le migliaia di parole servite a nominare le cose, i volti delle persone, le azioni e i sentimenti che hanno dato un ordine al mondo (…)”.

Tutto, come si legge nel Qoelet, è vanità?! Gli anni è una sorta di autobiografia impersonale, è un libro sulla memoria individuale e collettiva scritto da una intellettuale francese di sinistra che, attraverso la scalata sociale data dall’istruzione, è passata da una realtà tipicamente contadina, in cui il tempo era più lento e scandito da rituali ben precisi, alla classe borghese francese.

Ernoux nel libro parte dai suoi ricordi dell’immediato dopoguerra, passando per gli anni Cinquanta e Sessanta, con l’indipendenza dell’Algeria, soffermandosi in primis sul Sessantotto che cambiò per sempre il modo di intendere la società e l’individuo, non solo nell’ambito della sinistra francese e internazionale. Si arriva, poi, agli anni Settanta e Ottanta, con la successiva caduta del muro di Berlino e il disfacimento dell’URSS, per giungere all’11 settembre e alle guerre contro il Terrorismo Islamico mentre internet cambiava il modo di fare comunicazione.

Frammenti di memoria collettiva, dunque! Ma anche ricordi individuali che vengono descritti sempre in terza persona, come se l’occhio di una telecamera indugiasse su di ‘lei’ che si lasciava plasmare dalla vita rimanendo tuttavia sempre la stessa. E, mentre la sinistra si faceva dominare da una melanconia fine a sé stessa, la destra si affermava con atteggiamenti e modi di fare populistici parlando alla pancia dei cittadini più che alla mente. In Francia, come in altri Paesi europei.

Da chiarire che questo libro uscì per la prima volta il 7 febbraio 2008, quindi gli ultimi quattordici della storia francese, europea e mondiale non sono descritti. Meno intimistico di La donna gelata, il libro si arricchisce di aneddoti e situazioni che ci danno una visione più complessiva della nostra individualità europea ed occidentale facendoci anche comprendere, con uno sguardo lungimirante e poco sentimentale, come si è giunti alla società dei consumi dove tutto ha un costo e un prezzo.

“(…) Non si buttava nulla. I vasi da notte servivano per concimare l’orto, lo sterco raccolto per strada dopo il passaggio di un cavallo per fertilizzare i fiori, con i giornali ci avvolgevamo le verdure, si assorbiva l’umido delle scarpe bagnate, si asciugavano i pavimenti dei gabinetti. Vivevamo nella scarsità. Degli oggetti, delle immagini, delle distrazioni, delle spiegazioni di sé e del mondo (…)”.

E poi la morte infantile: “(…) In ogni famiglia erano morti bambini. Di una malattia improvvisa, di diarrea, di convulsioni, di difterite (…)”. Per comprendere chi siamo diventati e perché siamo così affamati di medicine e di cibo bisogna partire da lì, dall’immediato dopo guerra, quando si aveva ancora il tempo di desiderare le cose e il progresso significava “benessere, salute dei bambini, case luccicanti, il sapere, tutto ciò che voltava per sempre le spalle all’oscurità della campagna e della guerra”.

Il progresso, scrive la scrittrice francese, “era nella plastica e nella fòrmica, negli antibiotici e nell’indennità della previdenza sociale, nel lavello con l’acqua corrente e nel sistema fognario, nelle colonie di vacanza, nel proseguire gli studi, nell’atomo“. E chi proseguiva gli studi “suscitava diffidenza, c’era il timore di una oscura ritorsione, di una sorta di contrappasso che avrebbe condotto alla follia chi aveva voluto innalzarsi troppo”. Tutto questo mentre la religione era la cornice ufficiale della vita e regolava il tempo. Poi qualcosa è cambiato e gli oggetti si sono trasformati nel mezzo attraverso il quale affermare e quantificare sé stessi con l’automobile che è diventata sinonimo di libertà, di un perfetto controllo dello spazio, di un certo modo di essere, di un intero mondo. Le cose…

“ (…) Le persone non si chiedevano più a cosa servissero le cose, avevano semplicemente voglia di possederle (…)”.

Mentre la pubblicità “era l’educatrice culturale della società ” che cambiava, come il volto e le sensazioni di lei che si adattava al personal computer, alle email. Ad ogni modo ne ‘Gli anni non ci viene rivelato dove stiamo andando davvero, perché ovviamente Annie Ernaux non può saperlo ma, leggendolo, ho ritrovato molto in me e di me; anche se non sono francese e vivo in una piccola provincia del Sud Italia.

Questo libro è soprattutto una narrazione scivolosa, un fluire ininterrotto, perché lei, Annie, si è guardata dentro “per ritrovarci il mondo, la memoria e l’immaginario dei suoi giorni passati, per cogliere i cambiamenti di idee, credenze e sensibilità”, per carpire “la trasformazione delle persone e del soggetto”, per descrivere “ciò che lei ha conosciuto, ciò che forse non rappresenterà nulla per quanti conosceranno suo nipote, per tutti i viventi del 2070”. Gli anni è un fermo immagine della memoria, cioè di quel mix tra elementi interni ed esterni che ha reso la scrittrice singolare e che rende noi cittadini d’Europa. Maria Ianniciello

Gli anni Annie Ernoux
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