L’ombra di Caravaggio: il film di Michele Placido

Il film di Michele Placido, L’ombra di Caravaggio’, dal punto di vista fotografico, è una tela del Caravaggio proiettata sullo schermo. Nel lungometraggio domina, soprattutto nelle sequenze più decisive, lo sfondo nero, con la luce che definisce e delinea i volti e i corpi… in un contesto indefinito, cupo, apparentemente poco marginale, perché ciò che conta è la vita umana che si manifesta in tutta la sua sregolatezza e contraddizione.

 ‘L’ombra di Caravaggio’, recensione

‘L’ombra di Caravaggio’, il nuovo film di Michele Placido, parte in sordina per raggiungere l’acme nella scena in cui Giordano Bruno (Gianfranco Gallo) viene portato dai suoi aguzzini dalla cella al patibolo dove sarà ucciso con l’accusa di eresia. Questa è una delle sequenze più incisive del film, sotto il profilo della sceneggiatura e della regia, perché Bruno (guardato da un attonito Michelangelo), scagliandosi contro la Chiesa, sostiene che si può uccidere la sua carne ma non le sue idee. Ed è un concetto molto importante e contemporaneo perché parla della nostra civiltà, del nostro modo di stare al mondo, del nostro comune sentire.

Il contesto

Siamo agli inizi del 1600, in piena Controriforma cattolica, con il tribunale della Santa Inquisizione che è molto attivo. Ed è in questo contesto che Michelangelo Merisi, detto Caravaggio, va inserito. Figlio del suo tempo, il pittore è oggi ricordato come una sorta di genio ribelle. Ed è per questo, con molta probabilità, che Placido ha affidato il ruolo di protagonista a Riccardo Scamarcio che, col volto crucciato e l’andatura fiera, riesce a calarsi nei panni dell’artista per metterne in evidenza la ribellione allo status quo politico, religioso, pittorico.

‘L’ombra di Caravaggio’ da questo punto di vista è anche una riflessione sulla creazione artistica che, ci dice Placido, non può essere ingabbiata in rigide regole morali e moraleggianti, perché l’Arte è fatta di luci e soprattutto di ombre che possono manifestarsi solo se l’artista non viene intralciato nel suo percorso creativo.

Si usa la parola libertà nella pellicola più volte; dobbiamo tuttavia tener presente che nel 1600 la libertà non era sinonimo di autonomia né di individualità per come la si intende oggi. Quindi il libero arbitrio anche nell’Arte è una sorta di sub-struttura del pensiero moderno e contemporaneo che cominciava a delinearsi già nel 1600 ma che non aveva certamente raggiunto il suo punto più alto.  

Il 1600 tuttavia fu un secolo che in Pittura fece da spartiacque tra il prima, ovvero le figure angeliche e patinate (ma non per questo meno efficaci e coinvolgenti) del Rinascimento, e il naturalismo e il verismo dei secoli successivi.

L'ombra di Caravaggio recensione

La vita (una parte) e l’opera di Caravaggio nel film di Michele Placido

Michelangelo Merisi nacque a Milano il 29 settembre 1571. Il suo talento pittorico fu subito noto a chi gli stava accanto e quindi, come si usava fare all’epoca, all’età di tredici anni fu mandato a bottega a Milano presso Simone Peterzano. Il giovane familiarizzò così col naturalismo dei pittori cremonesi e con l’intera tradizione pittorica lombarda cinquecentesca, dove gli eventi venivano colti nella loro concretezza.

Trasferitosi a Roma, il pittore lavorò per un breve periodo nella bottega del Cavalier d’Arpino, un esponente della pittura tardomanieristica, dal quale Merisi si staccò quasi subito trovando nel cardinale Francesco Maria Del Monte (nel film è Michele Placido) il suo primo mecenate. Era il 1596. Il cardinale lo introdusse nell’ambiente della Roma artistica e culturale del tempo collezionando otto tele del Caravaggio, tra cui cinque giovanili. Con l’appoggio del suo protettore e principale committente l’artista espresse il suo estro cominciando a penetrare, tramite la pittura, nelle complesse valenze della realtà e della natura per dare loro una dimensione sfuggente, profonda, simbolica, quasi archetipica. Tra i suoi successivi committenti privati troviamo i Doria e i Giustiniani. Tra i suoi collezionisti Ottavio Costa e Ciriaco Mattei.

La rivoluzione di Caravaggio e la condanna a morte

Tra la fine del 1500 e gli inizi del 1600 il modo di dipingere di Caravaggio provocò una vera e propria rivoluzione stilistica perché l’osservazione diretta e attenta quotidiana divenne un fatto, in seguito, di assoluta importanza.

Il film si sofferma principalmente sugli ultimi anni della vita di Caravaggio che dovette fuggire da Roma perché condannato a morte per l’assassinio di Ranuccio Tommasoni da Terni che fu ucciso in Campo Marzio nel 1606.

Con l’aiuto della famiglia Colonna, nel film vediamo soprattutto la Marchesa Costanza Colonna (Isabelle Huppert), l’artista si rifugiò a Napoli, a Malta, in Sicilia e infine di nuovo a Napoli. La notizia, probabilmente falsa, della sospirata grazia papale lo fece mettere in viaggio per Roma ma Caravaggio non riuscì mai ad entrare nella città perché morì a Porto Empedocle il 18 luglio 1610 forse per febbri malariche.

(….) Già nella canestra di frutta risulta evidente la grande rivoluzione pittorica operata nella pittura da Michelangelo Merisi da Caravaggio, cioè risulta evidente come la verità possa essere più forte rappresentando oggetti di quanto lo sia rappresentando figure umane. (….) Per la prima volta in pittura non troviamo un’idea precostituita della realtà, non troviamo una rappresentazione soggettiva di eroi (…) La scelta è di spostare l’attenzione dal campo dell’esistenza umana a quello dell’esistenza delle cose, con un atteggiamento più da scienziato che da pittore (…). Vittorio Sgarbi

Il personaggio dell’Ombra

Michele Placido nel film, mediante un personaggio inventato che si fa chiamare l’Ombra (Louis Garrel), indaga sulle vicende che portarono alla condanna a morte di Merisi, con una serie di flashback. E l’Ombra non è solo il sistema che schiaccia la creatività ma è anche la parte più oscura dello stesso artista che è arrivata sino a noi.

Vediamo nella pellicola alcune delle opere più importanti di  Caravaggio, come ‘Medusa’ (1598), ‘La crocifissione di San Pietro (1600-1601), ‘Amor vincit omnia’ (1602-1603) e soprattutto osserviamo l’artista in alcuni momenti (troppo fugaci per la verità) della creazione di dipinti come ‘Morte della Vergine’ (1604) che fece molto scalpore perché la particolarità di Michelangelo Merisi era quella di ritrarre persone del popolo, dai volti semplici, non angelici, dai corpi non artefatti. La sua Madonna, infatti, è completamente priva di qualsiasi attributo divino.

La tela era stata realizzata per l’altare della cappella che Laerzio Cherubini aveva acquistato nella Chiesa di Santa Maria della Scala a Roma. La Madonna ritratta era una meretrice e forse i frati rimossero il dipinto proprio perché Caravaggio aveva raffigurato una cortigiana da lui amata. Le opere realizzate dopo la condanna a morte furono ancora più tormentate. Sarebbe dovuto morire per lapidazione e quindi prese a dipingere la sua testa, come vediamo in ‘Davide con la testa di Golia’ (1605-1606).

(…) C’è dunque nel realismo di Caravaggio qualcosa di potentemente Cristiano, e cioè la volontà di far trionfare, anche attraverso la violenza, un’immagine straordinaria di verità umana. Un’umanità che è già divina (…) e che l’artista piega a farsi testimonianza dell’esistenza di Dio (…). Vittorio Sgarbi

Prima di Placido e considerazioni finali

Fare un film su Caravaggio non era affatto semplice. Il primo film sul grande artista uscì nel 1941 con Amedeo Nazzari nel ruolo del pittore ‘maledetto’. Goffredo Alessandrini enfatizzò troppo il Mito dimenticandosi di umanizzarlo. Fecero seguito altri lavori, prima per Cinema e poi per la Televisione. Alcuni documentari sono degni di nota come ‘Caravaggio – L’anima e il sangue’ di Jesus Garces Lambert.

L’opera di Michele Placido è una parentesi dignitosa e per certi versi anche molto significativa ma non del tutto esaustiva. La pellicola risulta dinamica e in alcuni tratti avvincente, eppure riesce solo in parte a riportare sullo schermo il grande estro di un uomo che si è fatto Mito, Leggenda. LRecensione di Maria Ianniciello

Note: La colonna sonora è composta da ORAGRAVITY ed è edita da edizioni Curci e Goldenart Production.

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Maria Ianniciello

Maria Ianniciello

Giornalista culturale. Podcaster. Scrivo di cultura dal 2008. Mi sono laureata in Lettere (vecchio ordinamento) nel 2005, con il massimo dei voti, presso l'Università di Roma Tor Vergata, discutendo una tesi in Storia contemporanea sulla Guerra del Vietnam vista dalla stampa cattolica italiana. Ho lavorato in redazioni e uffici stampa dell'Irpinia e del Sannio. Nel 2008 ho creato il portale culturaeculture.it, dove tuttora mi occupo di libri, film, serie tv e documentari con uno sguardo attento alle pari opportunità e ai temi sociali. Nel 2010 ho pubblicato un romanzo giovanile (scritto quando avevo 16 anni) sulla guerra del Vietnam dal titolo 'Conflitti'. Amo la Psicologia (disciplina molto importante e utile per una recensionista di romanzi, film e serie tv). Ho studiato presso l'Istituto Riza di Medicina Psicosomatica il linguaggio del corpo mediante la Psicosomatica, diplomandomi nel 2018 in Naturopatia. Amo la natura, gli animali...le piante, la montagna, il mare. Cosa aggiungere? Sono sposata con Carmine e sono mamma del piccolo Emanuele

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