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Non solo film

Film su Netflix: Il faro delle orche, recensione

Il faro delle orche è il titolo di un film che trovate in questo periodo su Netflix.

Nonostante il plot rievochi altre pellicole dello stesso genere (L’uomo che sussurrava ai cavalli, per esempio), dal contesto selvaggio alla storia d’amore, che qui è solo abbozzata, il film riesce a prendere l’attenzione dello spettatore coinvolgendolo perché, si sa, gli animali ci portano in territori inaccessibili alla razionalità toccando le corde più intime e profonde di ciascuno di noi.

Gli animali aprono canali che solo il cuore può scorgere e conoscere. Ed è quello che accade ne Il faro delle orche. Il film narra una incredibile storia vera: Peto è una guardia forestale (Joaquín Furriel) che ha preso l’attenzione dei Media per aver creato un legame molto insolito con le orche assassine suonando semplicemente l’armonica.

Il faro delle orche

Lola (Maribel Verdú) si accorge che il figlio autistico ha una reazione del tutto inaspettata nel vedere in televisione Peto relazionarsi con i grandi mammiferi acquatici. La donna pensa che la guardia forestale possa aiutare il bambino e quindi da Madrid si reca in Argentina affrontando un lungo viaggio. Questi passaggi però ci vengono solo raccontati.

Il campo d’azione si sviluppa, infatti, interamente in Patagonia, nei pressi di due grandi fari, dove vive Peto isolato dal mondo, con il suo amato cavallo bianco e la sua macchina fotografica.

Le onde del mare argentino rimbombano da subito nelle nostre orecchie come il suono dell’orca e il verso dei gabbiani mentre il protagonista scende da un dirupo in groppa al suo destriero.

Poi sulle note di un tango argentino la macchina da presa di Gerardo Olivares indugia, anche se a debita distanza, sul volto e sulle mani di Peto che guarda una vecchia foto a colori. Lì c’è scritto il suo passato mentre il presente è tutto in una missiva, che lo incupisce ancor di più, in una donna… e in un bambino.

Il faro delle orche è un film che appassiona toccando temi importanti come quello dell’autismo e della necessità impellente di riscoprire noi stessi attraverso la natura. La fotografia ammalia e il film mi convince nonostante non sia privo di sbavature.

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Maria Ianniciello

Mi chiamo Maria Ianniciello (o meglio Maria Carmela Ianniciello). Carmela spesso lo perdo per strada. Mi occupo di critica cinematografica, libri ed emancipazione femminile. Ho una laurea in Lettere (vecchio ordinamento), conseguita con il massimo dei voti nei tempi, e sono giornalista dal 2007 (sono iscritta nell'elenco dei pubblicisti). Dopo una lunga gavetta giornalistica in televisioni e giornali irpini sia online che affline (ho diretto anche un magazine locale per due anni circa), curo dal 2008 www.culturaeculture.it, da me fondato. In culturaeculture.it dal 2012 al 2018 ho coordinato redattori da ogni angolo d'Italia e mi sono occupata di cinema, libri, lifesyle, attulità e benessere. E` stata una grande esprienza umana e professionale. Poi una piccola pausa e la ripresa delle pubblicazioni il 19 agosto 2019. A gennaio 2016 mi sono iscritta alla Scuola di Naturopatia dell'Istituto Riza di Medicina Psicosomatica diplomandomi nel dicembre 2018. Da aprile a giugno ho frequentato il Master in Psicosomatica sempre presso l'Istituto Riza. Nel frattempo ho avuto un bambino di nome Emanuele. Sono sposata con Carmine e amo la mia famiglia per la quale farei follie. Come farei follie per il mio lavoro (il giornalismo culturale intendo) che adoro. La Scuola di Naturopatia mi ha permesso di ritrovare me stessa, i miei tempi, la mia vita. Mi ha fatto scoprire il dono della maternità e della femminilità in tutte le sue sfaccettature. Oggi sono una persona più completa e più equilibrata. Ma sempre in costante evoluzione e formazione. Amo studiare e formarmi. Ah! Dimenticavo! Ho scritto un romanzo quando avevo sedici anni che ho pubblicato nel 2010.

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