Recensione de Il cardellino di Donna Tartt
Siamo in gran parte narrazione, perché le nostre identità nascono da parole che, messe insieme, costruiscono una storia, più o meno realistica. Il nostro Sé autobiografico ha bisogno, per esistere, di ricordi che diventano parole circoscritte, talvolta anfibie e monotone. Non ha nulla di monotono, invece, la storia di Theo Decker che consegna al lettore e alla lettrice le vicende salienti della sua vita, da quando aveva soli tredici anni fino alla prima età adulta. Un excursus di quattordici anni. Donna Tartt nel suo terzo e avvincente romanzo, Il cardellino (BUR – Rizzoli), crea un io narrante che, vinto dal senso di colpa, non fa del trauma il suo alibi, perché sa che la morte della madre ha soltanto tolto gli argini a una natura già controversa.
È una mattina come tante, quando Theo e la madre escono di casa per recarsi a scuola. Il ragazzo è stato sospeso, perché il signor Beeman lo aveva visto in compagnia di Tom Camble, mentre quest’ultimo fumava.
Ma per circostanze fortuite quella mattina madre e figlio decidono di visitare una mostra al Metropolitan Museum of Art (MET). Theo viene attratto da una bambina dai capelli rossi che è con un uomo anziano. La madre si allontana. Lui resta. Pochi minuti dopo scoppia una bomba. Theo si rialza frastornato e dolorante, vede Welty, il vecchietto che era nella sala. Il ragazzino lo soccorre: l’uomo è agonizzante, ma gli parla della bambina e gli consegna un pezzettino della sua storia, intimandogli di portare con sé il prezioso dipinto che è nella sala. Si tratta de Il cardellino del pittore olandese Carel Fabritius, le cui opere furono distrutte proprio durante un’esplosione, nel corso della quale anche l’artista perse la vita.
Theo prende il quadro ed esce dal museo, tra cadaveri e macerie. La madre è morta e le sue giornate non saranno più le stesse; anche il padre lo ha lasciato, per un’altra vita e – poi scopriremo – un’altra donna.
Il protagonista, tra dipendenze varie e incontri fortuiti, cresce nella solitudine e nella paura, portando con sé da New York a Las Vegas il prezioso dipinto che però non riesce a guardare mai, forse perché, se decidesse di osservarlo per un solo secondo, vi troverebbe scritto il proprio destino. Sul suo cammino compare Boris, un ragazzino ucraino col padre alcolizzato, che lo riporta sulla strada che già aveva tracciato Tom Camble. A salvarlo dal fondo del baratro ci sarà la signora Barbour, prima, e Hobie, socio di Welty, dopo. Tra i due c’è Pippa, la bambina dai capelli rossi che, diventando donna, mostrerà a Theo che scelte differenti, anche se si è sommersi dal dolore, sono sempre possibili.
Il cardellino è stato definito una via di mezzo tra un romanzo di formazione di dickensiana memoria e un thriller con elementi filosofici ed esistenziali, una sorta di ibrido tra alta letteratura e romanzo popolare. Io l’ho trovato, per quanto molto avvincente e ben scritto, a tratti disturbante, perché l’arco di trasformazione di Theo non è lineare né prevedibile (e proprio questa è la sua forza).
Theo non cambierà mai totalmente, perché è impossibile farlo. Ad Amsterdam – che è la sua Damasco – riconosce i demoni che stanno incatenando la sua libertà.
Il cardellino diventa così il simbolo di ciò che può sopravvivere alla morte solo se riusciamo a prendercene cura, oltre i sensi di colpa. Il tempo nel romanzo di Donna Tartt non sana. Il tempo restituisce e rende visibile ciò per cui vale la pena vivere.
Tartt sembra suggerirci, tramite il suo personaggio, che in questo ciclo eterno – nel tentativo di elevarci dall’organico – creiamo le cose che la morte non riesce a toccare, proprio perché c’è qualcuno che se ne prende cura nel corso dei secoli, con amore, strappandole al fuoco e cercandole quando erano disperse.
Il cardellino di Donna Tartt è un romanzo potente e singolare, perché attraverso un io narrante ben costruito dà una personale risposta alle domande esistenziali che da sempre ci poniamo. E non è poco! Il libro ha vinto il premio Pulitzer nel 2014. Maria Ianniciello




