“(…) Non mi fido degli esseri umani, di conseguenza non mi fido neanche di me (…)”
kokoro (il cuore delle cose) di Natsume soseki – Oscar Moderni
Come nasce la sfiducia? Che cosa la alimenta? Se per queste domande non cerchi risposte certe e standardizzate, ti consiglio di leggere Kokoro (Il cuore delle cose) dello scrittore giapponese Natsumi Soseki.
Nato nel 1867 e morto nel 1916, Soseki è ritenuto il più grande scrittore giapponese del Novecento. In Kokoro l’autore affronta con maestria temi universali. La sua narrativa è quasi contemporanea, perché poco descrittiva dei luoghi e va dritto al punto senza descrizioni né virtuosismi e con un lucidità che disarma.
Pubblicato nel 1914, due anni prima della morte dello scrittore, Kokoro ci pone infatti di fronte al senso di sfiducia che ogni uomo e donna potrebbero provare quando vengono traditi dai loro affetti più cari. E’ ovviamente una possibilità, non un dato di fatto.
Le voci narranti in questo libro sono due: lo studente e il suo maestro (Sensei).

Nella prima parte è lo studente a raccontare di un incontro che forse (non lo sapremo mai con certezza) cambia la sua prospettiva sui rapporti familiari e d’amicizia. Soseki rende evidente tra le pagine la tensione tra adeguarsi allo status quo della famiglia e ribellarsi, che è tipica dell’adolescenza e della prima età adulta.
Lo studente racconta infatti del rapporto con i suoi genitori e con i suoi fratelli e del suo bisogno di prendere le distanze da una certa mentalità. Studia a Tokio e in una località balneare incontra Sensei: un uomo taciturno, dal fare tranquillo, ma che con i suoi gesti e con le sue parole lascia trapelare un passato molto tormentato che lo studente cerca a tutti i costi di conoscere fino a quando Sensei non gli scrive una lunga lettera proprio quando egli è al capezzale di suo padre.
Il contenuto della lettera occupa una buona metà del libro. Lo scrittore ci inoltra in una vicenda di tradimenti e conseguente sfiducia nell’umano. L’epistola pone al centro un’amicizia tradita che non darà più pace a Sensei, perché sullo sfondo c’è il suicidio. Questo romanzo – nonostante figlio del suo tempo e del Paese di provenienza, il Giappone appunto – tocca temi universali che interessano anche la cultura occidentale e cristiana, perché i cristiani – sebbene condannino il suicidio – lo associano (tramite il gesto di Giuda Iscariota) all’impossibilità di gestire, senza autodistruggersi, il senso di colpa che si può provare dopo aver tradito.
L’emozione secondaria che trapela dal libro è difatti il senso di colpa e di impotenza di che ha visto agire dentro e fuori di sé uno dei possibili lati ombra dell’essere umano. Le emozioni primarie – che alimentano la colpa – sono invece la tristezza e la paura.
Se cerchi dunque un libro che ti aiuti a esplorare quel senso di sfiducia che provi ogni tanto o anche di frequente Kokoro fa per te: è libro non lungo, ma che ti consiglio di leggere poco alla volta. Personalmente ho avuto dei momenti (soprattutto nella prima parte) in cui mi sono estraniata dal libro, a causa di un’alternarsi di noia e irrequietezza che mi disturbava la lettura. Leggendolo poco alla volta con molta probabilità ci si può immergere meglio, ma è più un pensiero intuitivo che un fatto provato sulla mia pelle. Se lo hai letto lascia un commento e fammi sapere che tipo di relazione sei riuscita/o a instaurare con questo romanzo. Maria Ianniciello
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