Mentre procedevo con la lettura, ebbi la sensazione di aver provato sulla mia stessa pelle quanto Dino Buzzati descrive a proposito della partenza di Giovanni Drogo verso la Fortezza Bastiani: l’eccitazione che il protagonista de Il deserto dei Tartari sente quando lascia la casa materna per un luogo ignoto e lo spaesamento che avverte quando si ritrova in un contesto impervio erano stati anche i miei. Ma quando? Non ricordavo.
La lettura si faceva meno avvincente man mano che le pagine scorrevano, e quella leggera noia veniva smorzata sul finire dei capitoli – piuttosto brevi, a dir la verità – come a riaccendere l’attesa, subito seguita da una nuova, sottile delusione.
Buzzati mi aveva restituito una sensazione precisa: quella di trovarsi in un luogo fermo, dove il tempo scorre lineare e senza scosse, mentre si continua ad aspettare qualcosa che dia senso a tutto. Un evento che dovrebbe arrivare quando si è ancora giovani, per poterselo godere fino in fondo, prima che il corpo e l’energia inizino a cedere.
E poi c’era quel sentirsi quasi di troppo nel contesto in cui si è cresciuti, tra amici e parenti che nel frattempo hanno costruito altrove i propri equilibri. Dove avevo già provato tutto questo? Provai a ricordare. E ci riuscii.
Venticinque anni prima, con una valigia piena di sogni e desideri, avevo lasciato l’Irpinia per andare a Roma, in una sorta di Fortezza che per me aveva il sapore della conoscenza e, forse, della rivalsa.
Qualche anno dopo, da neolaureata, ero tornata ad Avellino per lavorare in una redazione di una TV locale. È lì che ho imparato a cercare la notizia giusta, quella capace di cambiare una giornata – se non una carriera. Il giornalismo della cronaca, delle telefonate insistenti, dell’attesa prima dei social e del cosiddetto giornalismo partecipativo. È lì che ho mosso i primi passi, che ho capito cosa può diventare una notizia e cosa invece resta fuori, che ho imparato a stanare le notizie anche nei giorni in cui non accade nulla.
Nel romanzo di Buzzati mi sono ritrovata faccia a faccia con la ventenne che ero. E non è un caso.
Nell’appendice della nuova edizione, Lorenzo Viganò scrive che per Buzzati la Fortezza Bastiani era il Corriere della Sera di Luigi Albertini. È lì che lo scrittore conobbe l’attesa dello scoop, ed è lì che prese forma la sua opera più importante: una riflessione sul tempo che scorre mentre si continua a rimandare la vita a un momento futuro, sempre carico di promesse.
Il deserto dei Tartari è certamente figlio del suo tempo: fu pubblicato nel 1940, mentre gli italiani venivano chiamati in guerra. Eppure, capitolo dopo capitolo, restituisce ancora oggi una sensazione familiare: quella di giornate trascorse proiettandosi in un futuro che non arriva, mentre il presente si consuma quasi senza lasciare traccia.
Buzzati scrisse il libro della vita. Il suo protagonista ebbe un destino diverso, ma altrettanto significativo: comprendere, alla fine, quanto poco pesi la gloria di fronte alla realtà della morte.
È una storia universale, che continua a muoversi dentro di me. Non tutta insieme, ma poco alla volta — come certe consapevolezze che arrivano senza fare rumore. Maria Ianniciello




