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Scrivere con consapevolezza: un altro modo di fare giornalismo culturale

cos'è il giornalismo culturale consapevole

La mia pagina è ancora bianca. Cerco ispirazione, ripescando nella memoria concetti che ho studiato nei libri, quando la professione giornalistica era solo un sogno. Ma non arriva nulla di davvero rilevante, se non qualche ricordo sporadico degli inizi. Frammenti del passato che, però, non mi aiutano a scrivere un buon articolo sul giornalismo culturale consapevole.

Trovo allora ispirazione nel presente, partendo da una parola che leggiamo e ascoltiamo sempre più spesso: consapevolezza. È un termine che ritrovo in molti ambiti. Eppure, questa parola è stata in parte svuotata del suo significato originario. Essere consapevoli vuol dire riportare la mente al presente, uscendo dal pilota automatico. Significa saper stare con ciò che ci accade, momento per momento, compresi i pensieri, i ricordi e le emozioni che consideriamo disturbanti. Vuol dire anche saper rispondere in modo proattivo alle sfide della vita, accorgendoci di ciò che sta accadendo nel qui e ora.

La consapevolezza si coltiva con la pratica della mindfulness, cioè con un’attenzione consapevole che può essere portata su qualsiasi cosa, compresa la cultura. Da quando sono diventata facilitatrice mindfulness, mi sono chiesta come potessi integrare questa dimensione nella mia professione di giornalista culturale. La risposta è arrivata piano, senza sforzo.

Sono partita da un dato di fatto: la figura del giornalista si sta evolvendo e io stessa mi sto adattando ai tempi, rispondendo alle sfide di un mestiere che, per me, resta tra i più necessari. Il giornalismo stimola il pensiero, ci aiuta a decodificare il mondo e a orientarci nelle complessità del presente. La ricerca e la validazione delle fonti restano tra gli aspetti più importanti di questa professione. Affrontarle alla luce dei principi della mindfulness significa dare vita a un’informazione forse più lenta, ma certamente più attenta ed etica. In un mondo che corre, abbiamo bisogno anche di questo: di giornalisti capaci di praticare un’informazione consapevole, anche in ambito culturale.

La cultura è diventata, purtroppo, un altro bene di consumo “fast”. Risente delle logiche del mercato e questo influisce spesso anche sulla qualità del giornalismo culturale, che tende a concentrarsi su ciò che è già noto, lasciando in ombra ciò che non lo è. Eppure, il compito del giornalista è anche quello di portare alla luce ciò che resta in una zona grigia, al di là delle logiche della visibilità. La realtà è più complessa, certo, e bisogna fare i conti con le dinamiche del settore. Ma da qualche parte è necessario cominciare.

È per questo che ho scelto di integrare la pratica della consapevolezza nel giornalismo culturale: per prendermi il tempo di esplorare e raccontare, con uno sguardo più attento, un libro, una poesia, un’opera d’arte, un film, un luogo.

Questa pagina non è più bianca. Ho lasciato che le parole nascessero, un po’ alla volta, dentro di me. Il passato è alle spalle, il futuro è ignoto, ma io sono qui, in questo spazio virtuale, a dare voce al mio sentire e a cercare un senso nel mio lavoro.

Il giornalismo culturale consapevole è una strada percorribile, anche se assomiglia più a un sentiero che a un’autostrada. Maria Ianniciello

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