Quando scendo nella cripta, l’aria si fa più rarefatta e il silenzio è sordo, quasi surreale. Una delle signore dell’Info-point si è offerta gentilmente di accompagnarmi in cattedrale.
Un’oretta prima avevo lasciato l’automobile ai Limiti, la meravigliosa veduta panoramica di Frigento, e mi ero avventurata senza meta per le strade del paese, cercando di portare l’attenzione sui piedi e di respirare profondamente.



Passo dopo passo sono arrivata alla Casa della Cultura – che si trova nel Palazzo De Leo, dove è stato allestito il Museo Archeologico della Civiltà e del Territorio di Frigento. Qui mi sono fermata per chiedere informazioni e sono stata accolta con professionalità dalle signore dell’Info-point. Sono state loro a illustrarmi i punti di interesse storico-culturale del paese. Una di loro si è poi offerta di accompagnarmi alla Cattedrale di Santa Maria Assunta in Cielo, che è il fulcro della vita frigentina.
La chiesa è molto antica, come si evince dalle stratificazioni rinvenute. Sono arrivata nella cripta da una scalinata di ferro: è proprio in questo luogo che vita e morte si intersecano, un po’ come accade in altre località della Campania, terra di vulcani e di terremoti.
La signora che è con me mi fa notare che nella cripta sono disposti gli scolatoi: sono sedili in pietra che venivano usati per la mummificazione artificiale dei corpi dei defunti, che poi – una volta deprivati dei liquidi organici – venivano sepolti in fosse comuni presenti nei piani inferiori della chiesa per evitare epidemie. Questa usanza terminò con l’editto di Saint-Cloud di Napoleone, quando furono costruiti i cimiteri fuori le mura della città.
Scopro che la chiesa è stata rifatta e distrutta varie volte in epoche differenti, dai romani ai longobardi e ai normanni in epoca medievale, passando per il Seicento e il Settecento fino ai giorni nostri.
Risaliamo.
Dalle fondamenta al soffitto, dove si possono ammirare opere di notevole pregio artistico, la cattedrale di Frigento è uno scrigno che custodisce tesori inimmaginabili.
Visito le tre navate con abside semicircolare e cappelle laterali. Alzo gli occhi al cielo e vedo nella navata centrale i dipinti settecenteschi di Antonio Vecchione che ritraggono rispettivamente l’Assunzione della Vergine e uno dei miracoli di San Marciano. Degni di interesse sono il coro ligneo del XVIII secolo, il fonte battesimale e le varie cappelle con rispettivi altari.
Nella cappella del Santissimo Sacramento ammiro un dipinto ad olio su tela raffigurante L’Ultima Cena. È stato attribuito al pittore Vincenzo De Mita, conosciuto come Il foggiano.
Quando esco dalla chiesa, guardo con circospezione il grande campanile che ancora oggi scandisce il tempo della comunità frigentina e ritorno al Museo Civico della Civiltà e del Territorio.
Come in alcuni paesi delle Valli dell’Ufita e del Calore, vige anche a Frigento la tradizione dei carri di paglia che qui sono detti Covoni. Si tratta nello specifico di sette carri agricoli in legno che vengono decorati e rivestiti con intrecci di spighe e covoni di grano mietuti. La sfilata si svolge il 15 agosto di ogni anno. Questa tradizione ha origini antichissime, come si denota proprio nel Museo Civico che ne ripercorre le tracce arrivando addirittura in epoca romana. Nel museo sono esposti reperti archeologici e oggetti di uso contadino, anche di epoche successive.
Nella Casa della Cultura è possibile ammirare dal 2011 anche una mostra permanente di opere, dedicata a Pina Famiglietti. I quadri sono stati donati al Comune dal marito della signora Pina, Angelo Gabbanini, proprietario di una stamperia d’arte a Roma, grazie alla quale lui e la moglie ebbero modo di collaborare con i maggiori artisti italiani e internazionali del Novecento.



Anche nella Casa della Cultura respiro a pieni polmoni. Ogni angolo nascosto di questo piccolo scrigno irpino è una scoperta. A pochi passi dalla Casa della Cultura, percorrendo via San Giovanni, si trovano infatti le cisterne romane risalenti al I secolo avanti Cristo.
Le cisterne furono costruite in grossi blocchi di pietra locale ed erano destinate alla raccolta delle acque piovane che, insieme a una piccola falda acquifera, servivano i pozzi dei palazzi signorili tramite un sistema di vasche che erano collegate a cisterne minori.

L’aria qui è umida. Esco. La luce è abbagliante stamattina. Vengo attratta da un meraviglioso pavone, mi dicono che vive stabilmente a Frigento aprendo di tanto in tanto la coda. Lo fotografo, mi dà le spalle.
Camminare senza una meta mi permette di cogliere l’essenziale.
Quando ritorno ai Limiti sono leggermente stanca, ma poi mi guardo intorno. Da qui sopra si vede tutta l’Irpinia e si respira a pieni polmoni. L’aria è pulita, il cuore colmo di gioia.
Mi vengono di nuovo in mente le signore dell’Info-point che mi hanno parlato di altre chiese e fontane. “Sai Maria, Frigento è stata sede vescovile”, mi ha detto con orgoglio una di loro, forse Rossella. Non ricordo i loro nomi con precisione. Ma i loro volti, i loro sorrisi, la loro ospitalità e l’orgoglio di essere parte di questo piccolo e meraviglioso mondo antico, di cui in qualche modo mi sono sentita subito parte, sono impressi nel mio cuore.

“Maria, in contrada Pesco c’è una roccia maestosa, sono i ruderi di una rocca medievale. Dovresti andarci”. Mi hanno salutata così, le signore dell’Info-point, con la promessa di rivederci e il desiderio di raccontare Frigento, perla d’Irpinia e tra i borghi più belli d’Italia.
E io a Frigento ci ritornerò sabato 13 giugno, dalle 16, per la rassegna Per Borghi e Sentieri, un’iniziativa in cui storia, respiro e versi si incontrano tra i Limiti e le strade del paese.
Nella locandina i dettagli. Spero di rivederti. Maria Ianniciello





