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Il Diavolo veste Prada 2 e il giornalismo tra disillusione e IA

Il diavolo veste prada 2

Il giornalismo nell’epoca dell’IA ha ancora senso?

Questa è la domanda che mi sono posta guardando Il Diavolo veste Prada 2. In realtà, mi sono rivista molto in Andy Sachs (Anne Hathaway). Come lei, ho sentito sulla mia pelle il senso di precarietà di un lavoro che considero ancora oggi tra i più necessari. E, sempre come lei, ho provato una crescente delusione per una professione che è cambiata profondamente negli anni: prima con l’arrivo della blogsfera, poi con l’affermazione dei social network e infine con l’irruzione dell’intelligenza artificiale, capace di produrre testi di cronaca senza gavetta in redazione e senza formazione giornalistica.

Quando uscì Il Diavolo veste Prada nel 2006, avevo 25 anni e credevo che il giornalismo avesse il potere di cambiare il mondo, influenzando l’opinione pubblica in modo etico e consapevole. Oggi sono più disillusa e, in parte, riconosco in Miranda Priestly i cambiamenti che i potenti dell’editoria stanno subendo.

Nel sequel, il personaggio interpretato da Meryl Streep appare costretto ad adattarsi a un mercato saturo, sempre più dipendente dagli inserzionisti e quindi dalle logiche di visibilità, like e visualizzazioni. Miranda sembra stanca: il suo potere si è ridimensionato. È costretta a gesti ordinari, come appendere da sola i cappotti, e a scegliere come assistenti non più giovani donne magrissime (ricordate la taglia 42 del prequel?), ma anche giovani uomini con chili in più. Deve usare un linguaggio più attento e inclusivo, e rivedere il proprio stile di vita lavorativo. Anche il suo status cambia: deve volare in economy e non più in prima classe. Non può più esercitare il potere in modo arbitrario e incontestabile, perché ogni parola potrebbe diventare potenzialmente materiale di dibattito sui social.

Emily Charlton (Emily Blunt) si è costruita una carriera fuori da Runway, ma prova un rancore sotterraneo per Miranda, che continua a considerare un’icona. Gli unici personaggi che sembrano restare coerenti con i propri valori e la propria visione del mondo sono Andy e Nigel Kipling (Stanley Tucci).

E dunque, tornando alla domanda iniziale: cosa resta del giornalismo nell’epoca dell’IA?

Una risposta, per me, è arrivata proprio nel momento in cui ho sentito il desiderio di leggere gli articoli di Andy per coglierne il suo punto di vista sui fatti.

L’intelligenza artificiale infatti può certamente scrivere un articolo di cronaca, ma non può realizzare un’intervista “con il cuore”, capace di generare empatia come fa Andy. Non può descrivere un concerto o un’opera d’arte restituendo un’esperienza vissuta, né recensire un film dopo averlo realmente visto. Per quanto avanzata, l’IA rielabora informazioni già esistenti, filtrate e mediate da contenuti prodotti da esseri umani, molti dei quali sono giornalisti.

L’arrivo dell’IA ha probabilmente fatto emergere una verità scomoda: il giornalismo aveva perso non il senso, ma l’identità ben prima di questa trasformazione tecnologica.

Insomma Il Diavolo veste Prada 2, pur essendo una commedia ambientata nel mondo della moda, mi ha spinto a riflettere su un mestiere che — come sostiene Andy nel film — resta ancora necessario. Nonostante la precarietà e i continui cambiamenti, personalmente trovo ancora senso nel giornalismo proprio perché, attraverso le storie che scelgo di raccontare, posso prima di tutto incuriosire e incuriosirmi.

Inoltre, con i miei articoli, cerco di trasmettere significati affinché i miei lettori abitino con maggiore consapevolezza lo spazio reale e digitale. L’auspicio è di essere col mio lavoro, anche solo in minima parte, responsabile di un cambiamento positivo della società. E, dunque, sì: il giornalismo ha ancora senso forse proprio per l’IA.

Il film è nelle sale dal 29 aprile ed è diretto da David Frankel. Foto di copertina: Disney/20th Century Studios.

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