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Fahrenheit 451: perché leggiamo libri (e cosa ci insegna sulla mindfulness)

Fahreinheit 451

Perché leggiamo libri? L’essere umano ha sempre avvertito il bisogno di tramandare storie e lo ha fatto passando da strumenti molto semplici a dispositivi sempre più sofisticati: dalle pitturi rupestri alla nascita della scrittura cuneiforme trascorsero oltre 26mila anni e, dopo cinque millenni, dalla scrittura manuale si passò alla stampa su carta. In poco più di mezzo millennio si è arrivati al primo dispositivo elettronico per la scrittura, ma i libri di carta sono ancora sugli scaffali delle librerie e delle biblioteche. E fu proprio grazie a una biblioteca che nacque uno dei romanzi più visionari della storia della letteratura mondiale, non solo fantascientifica: Fahrenheit 451. L’autore, Ray Bradbury, pubblicò il romanzo nel 1953, in pieno maccartismo.

Nato nel 1920 e deceduto nel 2012, lo scrittore statunitense negli ultimi anni della sua vita mostrò tutta la propria diffidenza verso i libri elettronici, arrivando a vietare la pubblicazione delle sue opere in digitale, probabilmente per vicende biografiche: Bradbury si formò da autodidatta proprio in una biblioteca. Ci teneva molto ai libri di carta che considerava indispensabili.

Fahreinheit 451
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A 451 gradi Fahrenheit cominciano a bruciare i libri di carta. Il titolo del romanzo nacque proprio da questo dato. Lo scrittore statunitense partì da una domanda per dare corpo al suo libro più famoso: e se i pompieri, anziché spegnerlo, appiccassero il fuoco con il solo intento di bruciare i libri? Non i volumi messi all’indice, ma proprio tutti i libri, a prescindere dal loro contenuto.

Immaginò così una società dispotica, ambientata negli Stati Uniti, completamente succube degli schermi e del consumismo. Costruì un personaggio, Montag, che compie un vero e proprio percorso di trasformazione che dal buio (il personaggio di Clarisse ha proprio la funzione di innesco) lo conduce alla luce.

Montag è un pompiere, ha una moglie che è succube del sistema, come molte delle sue amiche — e qui il riferimento alle mogli degli anni Cinquanta è palese. Bradbury aveva tuttavia una visione molto emancipata delle donne, basti pensare che la moglie Maggie sostenne la famiglia economicamente mentre lui continuava a scrivere. Lo scrittore la conobbe, guarda caso, proprio in una libreria, dove lei lavorava.

Montag, dunque, grazie a Clarisse — che significa proprio luce — comincia a nutrire un certo interesse per i libri. Comincia a leggere. E… piano piano si risveglia.

“(…) Il fruscio delle carte, il movimento delle mani, delle palpebre, il monotono scandire dell’orologio a voce dal soffitto della caserma (…) Tutti i suoni arrivavano a Montag dietro la barriera delle palpebre chiuse che aveva eretto per un momento. (…) Sentiva intorno a sé la caserma piena di silenzio, riflessi, cromature e colori metallici, i colori delle monete d’argento e d’oro (…)”.

Montag esce da un luogo che mi riporta alla mente la Fortezza Bastiani di Dino Buzzati. E lo fa proprio grazie ai libri.

Perché allora leggiamo libri? Non giornali, ma libri?! Lo facciamo per tanti motivi, tra cui il bisogno di conoscere il pensiero di chi ci ha preceduti. Ogni volta che leggiamo un saggio e ancor di più un romanzo entriamo nella vita di chi lo ha scritto. Le storie poi hanno un potere straordinario: ci fanno risentire emozioni latenti che tendiamo a evitare proprio perché scomode. Bradbury suggerisce alla fine del libro che non è tanto importante lo strumento quanto la memoria. Inventa così persone-libro. Questa idea sarà ancor più potente nella trasposizione cinematografica di François Truffaut che nel 1966, con il linguaggio della Nouvelle Vague, firmò un film cult, figlio del suo tempo, ma ancora oggi molto attuale per la critica alla società dei consumi che tendeva (e tende) a omologare le menti anziché a stimolare il pensiero critico.

Bradbury, per le persone-libro, forse si fece ispirare dalla poetessa russa Anna Achmatova, i cui testi furono banditi dal regime ma preservati dai suoi lettori e amici, che impararono a memoria i suoi scritti — come del resto fece Nadežda Jakovlevna, la moglie del poeta russo Osip Mandel’štam, che riuscì a proteggere gli scritti del marito, messi all’indice dalla censura sovietica, proprio memorizzandoli.

Fahrenheit 451 è dunque un libro sul risveglio della coscienza individuale in un contesto collettivo annichilente. Leggere, in fondo, produce lo stesso movimento di un percorso di Mindfulness: proprio come Montag, entriamo in sintonia con ciò che ci circonda disinnescando il pilota automatico. La lettura di un libro, quando è mindful, fa esattamente questo: ci fa uscire dagli automatismi, mantenendo alta la nostra attenzione.

Di libri, risvegli e sguardi mindful sulla cultura scrivo anche nella mia newsletter, se ti va di continuare il discorso puoi farlo qui. Maria Ianniciello

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