Il 26 agosto 2026 nella splendida cornice del castello di Gesualdo, in Irpinia, si è svolto il convegno il turismo religioso in Irpinia, organizzato e condotto da Giovanni Savignano, medico e appassionato di storia locale. Dopo i saluti istituzionali del sindaco, Domenico Forgione, e del vicesindaco, Gianfranco Bianco, sono intervenuti padre Enzo Gaudio, parroco del paese, e i vari esponenti delle associazioni locali, come Alberto Buonopane, Antonio Nigro, Antonio Battista e Josephine Carrabs.

Tra i relatori diverse personalità irpine, da padre Franco del convento dei Cappuccini di Gesualdo a don Riccardo, abate di Montevergine, da Mario Caruso, ideatore della Via dei Conventi di San Padre Pio, al rettore di Materdomini, padre Serafino Fiore, e al presidente dei medici cattolici irpini, Giovanni Vuotto. Tra gli ospiti, anche Maria Ianniciello, giornalista culturale e insegnante di Mindfulness che ha parlato di come abitare i luoghi sacri con presenza e attenzione.
Riceviamo e pubblichiamo l’intervento della fondatrice di culturaeculture.it, Maria Ianniciello.
Come giornalista culturale e insegnante di meditazione-mindfulness, in questa sede intendo aprire un piccolo spazio di riflessione su che cosa voglia dire, secondo la mindfulness, abitare i luoghi sacri con presenza, attenzione e rispetto.
La meditazione della consapevolezza, chiamata mindfulness, pur avendo radici orientali, ha alcuni punti di contatto con pratiche della tradizione cristiana, nelle quali l’attenzione e il raccoglimento rivestono un ruolo importante (dall’esperienza spirituale di San Guglielmo fino, in epoca successiva, agli Esercizi spirituali di Ignazio di Loyola). Gli obiettivi delle diverse pratiche cambiano, ma un elemento comune può essere individuato nell’esercizio e nell’affinamento dell’attenzione.
Nella mindfulness l’oggetto di osservazione può essere il respiro o un punto specifico del corpo, ma, nelle pratiche informali, può essere anche un tramonto, un quadro, qualsiasi esperienza che ci riporti al momento presente. La mindfulness è una pratica che, tramite l’esercizio, mira infatti a disinnescare il pilota automatico, per renderci consapevoli di ciò che sentiamo e pensiamo, momento per momento. Quando la mente vaga, non si tratta di impedirle di farlo, ma di accorgersene e riportare l’attenzione, senza giudizio, all’esperienza presente.

Allena al non giudizio, all’accettazione, alla fiducia, al lasciar andare, al non cercare risultati, a coltivare la mente del principiante. Con l’esercizio costante può permetterci di relazionarci con persone e luoghi in modo più consapevole e meno automatico. Il fine della mindfulness è sviluppare la consapevolezza di ciò che ci accade nel presente.
Jon Kabat-Zinn, medico e biologo statunitense, contribuì in modo determinante alla diffusione della mindfulness contemporanea in Occidente, sviluppando nel 1979 il protocollo MBSR, Mindfulness-Based Stress Reduction, inizialmente pensato per la gestione dello stress e del dolore cronico. Si tratta di una pratica laica e strutturata, il cui fine non è la ricerca dell’Assoluto né semplicemente il rilassamento, ma lo sviluppo, attraverso l’esercizio costante, della capacità di stare con ciò che ci accade con consapevolezza, non giudizio e fiducia.
Nel corso degli anni, gli approcci basati sulla mindfulness sono stati applicati e studiati in diversi ambiti, dalla gestione dello stress e del dolore cronico fino alla psicoterapia. Esistono numerosi studi sui possibili benefici di questi approcci, anche se le evidenze scientifiche variano a seconda delle condizioni, dei protocolli utilizzati e degli aspetti che vengono presi in esame.
Alla luce di quanto detto, la mindfulness può offrire uno strumento anche per riflettere sull’esperienza religiosa. Non è una preghiera e non intende sostituirsi alla meditazione cristiana, ma, come esercizio dell’attenzione e della consapevolezza, può aiutarci a riconoscere quando siamo presenti e quando invece la nostra mente vaga. Questa capacità di attenzione può essere portata anche nella preghiera e, più in generale, nel modo in cui abitiamo i luoghi sacri.
Esiste un turismo — anche religioso — mordi e fuggi. La mia proposta per l’Irpinia è un turismo religioso mindful, non necessariamente più lento, ma più attento e consapevole.
Viviamo in un’epoca caratterizzata da una continua competizione per la nostra attenzione. Notifiche, messaggi, contenuti e altri stimoli digitali ci espongono a frequenti interruzioni e ci spingono a spostare continuamente il focus da un’attività all’altra. Uno studio sperimentale ha mostrato che anche la semplice ricezione di una notifica sul cellulare può interferire con lo svolgimento di un compito che richiede attenzione, persino quando la persona non interagisce direttamente con il dispositivo. Una più recente analisi sul tema delle interruzioni e del task switching descrive proprio la connettività digitale come un ambiente nel quale notifiche, messaggi e applicazioni competono continuamente per le risorse attentive.
In un contesto nel quale siamo continuamente sollecitati a spostare la nostra attenzione, imparare a sostare diventa una pratica quasi controcorrente.
Quando entriamo in un luogo sacro possiamo decidere di rimanere sulla soglia – dal punto di vista attentivo – oppure di superare la soglia per abitare quello spazio con rispetto e presenza. In altre parole, possiamo decidere di percorrere una chiesa con il pilota automatico inserito, senza sentire ciò che quel luogo ci evoca, senza entrare in relazione con la sua storia, con la sua fede, con tutte le sue peculiarità. Oppure possiamo esserci davvero: corpo, mente e spirito.
La qualità di un’esperienza del genere non dipende tanto dalla sua durata, ma dal livello di attenzione. Nella mindfulness, se la mente vaga, la riportiamo con gentilezza e senza giudizio all’esperienza presente. Applicando questo principio all’esperienza di un luogo sacro, possiamo fermarci, osservare lo spazio, ascoltarne i suoni e i silenzi, percepire ciò che accade dentro di noi e accorgerci di quando la nostra mente è già passata alla tappa successiva.
La mia proposta per l’Irpinia è quella di incentivare un turismo religioso non necessariamente più lento, ma più mindful. Un turismo che ci educhi anche ad abitare i luoghi con presenza e attenzione. Perché questo non significa necessariamente essere credenti. Una persona può entrare in una chiesa per la fede, per la preghiera, per la storia, per l’arte, per la cultura. Ma in ogni caso può scegliere di esserci davvero. Può entrare in una chiesa e non limitarsi a consumare l’immagine di quel luogo.
Può fermarsi. Può osservare. Può ascoltare. Può accorgersi di ciò che prova. E può lasciare che l’esperienza del luogo accada. Perché forse prestare attenzione significa anche fare spazio ed entrare in relazione. Fare spazio a ciò che abbiamo davanti, senza decidere immediatamente che cosa dobbiamo trovarci. E allora l’attenzione non è soltanto qualcosa che facciamo per noi stessi. Può diventare anche una forma di dono. Simone Weil scriveva: «L’attenzione è la forma più rara e più pura della generosità.» E allora la mia domanda, alla fine, è questa: Vogliamo un turismo religioso mordi e fuggi? Oppure vogliamo proporre per l’Irpinia qualcosa di differente, più in linea con i bisogni del nostro tempo? Grazie.




