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A NAPOLI IL PESCATORE DI PERLE

Il pescatore di perle di Gloria Pastore
©Ufficio Stampa San Carlo

In occasione della rappresentazione di “Les Pêcheurs de perles” di Georges Bizet, in programma al Teatro di San Carlo da martedì 16 a giovedì 25 ottobre, presso il Ridotto del Lirico napoletano sarà esposta la scultura “Il pescatore di perle” di Gloria Pastore. Opera del 2010 (parte di una installazione esposta in una precedente mostra al Museo Archeologico Nazionale di Napoli), la scultura raffigura un pescatore di un mondo esotico e lontano, con il corpo segnato da tatuaggi tribali quale segno della sua antica cultura, metafora della ricerca della perfezione -le perle- nell’immenso “mare della vita”.

Un segno forte, una “presenza” che attrae per la sua diversità in un contesto – il ridotto del Teatro di San Carlo – che per un breve periodo si trasforma in palcoscenico per Il pescatore di perle di Gloria Pastore. La scultura, immagine ed espressione della sensibilità contemporanea, esplicita, tra l’altro, il rapporto tra passato e presente attraverso il viaggio, inteso come storia, che diventa perciò anche disvelamento della realtà, così come nel melodramma di Bizet le dinamiche sentimentali tra Nourabad, Léïla e Zurga si risolvono nel disvelamento della verità narrata nel terzo Atto. Il pescatore di perle di Gloria Pastore, è parte di una più vasta installazione, ideata nel 2010 per la mostra dallo stesso titolo presentata al Museo Archeologico Nazionale di Napoli; della scultura la stessa artista precisava: «L’opera […] è una metafora del viaggio della vita, del cammino dell’uomo alla ricerca di se stesso e della perfezione; la perla è la perfezione, da trovare nell’immenso mare e da strappare al guscio imperfetto e duro che la contiene e la rete che trascina è il lungo percorso attraverso l’esistenza per raggiungere quel mistero; i tatuaggi sono codici di antiche culture […], messaggi di amore e di magia». Il pescatore di perle è, dunque, «Uomo/viaggiatore, per i contatti e le vicende e le scoperte che il viaggiare propone […]. Lungo il cammino si è coperto infatti di segni impressi dagli incontri con tante diversità» ed il suo corpo «si è fatto serbatoio di memorie, contiene tempo ed esperienze; ma è tuttora bello e vigoroso: la stanchezza sembra non stia avendo ancora il sopravvento, la storia non è riuscita ancora ad avvilirlo. E quindi esso sembra poter sopportare ancora un futuro: altro cammino, altro tempo di ricerca, altro accumulo di dati e segni» (P. Di Maggio, M. De Gemmis, 2010), esperienze da trasferire a chi in seguito guarderà ed interpreterà quei segni, che rappresentano, innanzitutto, l’invito alla riflessione sul rapporto tra passato e presente.

Patrizia Di Maggio

 

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