Revolutionary Road (2008) di Sam Mendes

Revolutionary Road: recensione del film

“Dimmi che possiamo avere una vita diversa ma non farmi restare qui, ti prego!”, urla April (Kate Winslet) al marito Frank (Leonardo DiCaprio). “A me non interessa dove vivremo! Chi le ha stabilite queste regole?!”, continua April.

Siamo negli anni Cinquanta, nel Connecticut, a Revolutionary road, un quartiere della middle class statunitense. April e Frank si sono piaciuti al primo incontro. Lei sognava di fare l’attrice, lui non aveva una passione ben definita ma era certo di voler realizzare qualcosa di importante che lo facesse uscire dalla mediocrità. I due si sposano, hanno dei figli, April non sfonda come attrice, Frank si accontenta di un lavoro stabile e noioso. Nel quartiere i Willer vengono ammirati perché rispecchiano gli standard di un’America conformista tutta basata sulla famiglia.

La coppia è bianca, giovane e molto entusiasta della vita. Ma April si accorge che il suo matrimonio si sta appiattendo perché i sogni di un avvenire magari meno stabile ma più pieno e autentico si sono a poco a poco affievoliti. Mentre Frank, tra una scappatella e l’altra, si adatta al ruolo di padre, marito e lavoratore ideale, April si sente soffocare tra le pareti di casa. Infatti la donna, nel vedere sfumata la sua idea di trasferirsi a Parigi, cade in un’acuta depressione anche causata dalla terza gravidanza che la annichilisce ancora di più rendendola schiava del proprio ruolo di angelo del focolare.

Revolutionary Road e il problema senza nome

Revolutionary Road (2008) di Sam Mendes alza i riflettori non solo sul perbenismo degli anni Cinquanta ma anche sul cosiddetto problema senza nome che sembrava affliggere le donne borghesi del secondo dopoguerra. Ma che cos’era il problema senza nome? Nel 1957 Betty Friedan, una giornalista professionista, condusse un’indagine partendo dalle sue compagne di college quindici anni dopo dal conseguimento del titolo accademico. Si accorse ben presto che le donne intervistate – tutte bianche, con un’istruzione universitaria, con figli e marito -, pur conducendo una vita agiata in confortevoli villette a schiera, erano molto infelici tanto da soffrire di una stanchezza cronica e di una forma di depressione per la quale usavano degli psicofarmaci. Alla loro infelicità però non riuscivano a dare un nome.

La mistica della femminilità

Questi sentimenti – scoprì poi Friedan, intervistando psicologi ed altri esperti, – erano condivisi dalle donne bianche di tutti gli Usa. L’inchiesta fu raccolta in un libro che uscì nel 1963 col titolo ‘La mistica della femminilità’, nel quale l’autrice descriveva come il Femminismo della prima ondata si fosse arenato e affermava che le donne, pur avendo un’istruzione superiore, avevano introiettato un modello femminile idealizzato, che si radicava nel matrimonio e nella famiglia.

Le donne non avevano libero accesso a nessuna forma di carriera, come si evince anche dal film Revolutionary Road, dove si vede per le strade e sui mezzi di trasporto una fiumana di uomini maschi bianchi che sono diretti al lavoro, con qualche piccola eccezione femminile (ovviamente erano segretarie o dattilografe).

Friedan affermava che nel periodo post bellico erano state esercitate grosse pressioni, soprattutto tramite il marketing delle riviste femminili, affinché le donne tornassero in massa tra le parete domestiche. Riviste, come Ladies’ Home Journal, dopo aver promosso negli anni Trenta l’immagine di donne giovani e indipendenti, nell’immediato dopoguerra cominciarono a diffondere lo stereotipo della casalinga ovviamente bianca e soddisfatta che indossava abiti alla moda e viveva in una casa confortevole. Le riviste davano consigli su come essere una casalinga perfetta, su come intrappolare i maschi e soprattutto sostenevano che la politica e il lavoro erano cose da uomini.

Friedan scriveva che la psicoanalisi freudiana aveva infantilizzato le donne, restringendo i loro ruoli e contribuendo così alla mistica della femminilità. Il Funzionalismo inoltre, che era molto in voga all’epoca, aveva diffuso l’idea che la funzione femminile si esplicasse nel ruolo biologico e sessuale di madri e mogli. Tutto era differenziato in base al genere in quegli anni, anche all’Università. Le americane rinnegavano, dunque, la propria mente per aderire a un’immagine stereotipata che le vedeva ingabbiate in un unico ruolo senza poter affinare altre competenze, soprattutto intellettuali.

April di Revolutionary Road

April di Revolutionary Road soffre ma non riesce a prendersi la responsabilità della propria sofferenza; infatti continua a proiettare sul marito le proprie ambizioni perché lei pensa che non abbia alcun diritto di averne di sue. Vuole che il marito si realizzi in un altrove ideale, che è Parigi, cercando la propria vocazione, mentre lei provvede, lavorando ovviamente come segretaria, ai bisogni materiali della famiglia. Ha tentato invano di diventare attrice però le è bastato un flop (chi non ne ha?) per arenarsi e smettere di sognare una carriera di successo nel mondo del Teatro. Il marito certo non l’aiuta, perché anche lui è ingabbiato in un ruolo prestabilito. Ma poi perché dovrebbe? Non è lei un soggetto a sé? Frank d’altra parte sembra quasi compiacersi dell’insuccesso della moglie.

Quindi in auto, di sera, al buio, poco dopo lo spettacolo teatrale di lei, i due litigano furiosamente. “Non mi infinocchi, Frank, solo perché mi hai messa al sicuro in questa trappola”, urla lei.

Il perbenismo e la trappola sociale

Revolutionary Road offre uno spaccato molto significativo sulla mistica della femminilità e sul problema senza nome. Basata sul romanzo omonimo del 1961 di Richard Yates, la pellicola indaga a fondo tra gli stereotipi di genere matrimoniali mostrandoci quando sia arduo essere anticonformisti e come anche il più entusiasta dei legami d’amore cada nelle trappole del perbenismo. Maria Ianniciello

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