Ecco cos’è la felicità per Micaela Ramazzotti

Quanto sia ostico il percorso per la felicità ce lo spiega Micaela Ramazzotti nel suo primo film da regista.

Felicità (questo il titolo del lungometraggio) è un’opera prima intensa, ricca di aneddoti su cui riflettere e soprattutto non semplice da metabolizzare, perché l’attrice romana affronta un tema molto complesso indugiando nello spazio privato per fare anche una panoramica non semplicistica sullo spirito del nostro tempo.

Felicità: recensione del film di Micaela Ramazzotti

Ramazzotti entra, attraverso il suo personaggio, nelle pieghe di una famiglia disfunzionale, la cui emotività è impulsiva, poco mediata dalla ragione, perché i sentimenti sono congelati in un non detto che rende la comunicazione molto tossica. Ogni parola è urlata, chiassosa, senza un limite né un freno. Tra i genitori e i figli di questa famiglia sui generis non c’è stato attaccamento sicuro perché madre e padre (Anna Galiena e Max Tortora) sono figure narcisistiche e dunque estremamente ingombranti.

La protagonista – che si chiama Desirè Mazzoni e ha il volto proprio di Micaela Ramazzotti – è una parrucchiera che lavora sui set cinematografici. Ha cominciato a lavorare sin da quando aveva diciotto anni mettendo da parte un cospicuo gruzzoletto. Lasciando la sua famiglia di origine disfunzionale, Desirè ha cercato di costruirsi una vita con un docente universitario molto più grande di lei (Sergio Rubini), il quale cerca di condurla in un contesto diverso, più fine e intellettuale, consigliandole più volte di mantenere le distanze dai suoi parenti più prossimi, che la prosciugano emotivamente e anche finanziariamente.

Ma Desirè vuol un gran bene al fratello (Matteo Olivetti) e, quando quest’ultimo tenta il suicidio, farà di tutto per aiutarlo a uscire dalla depressione causata da una forma di Bipolarismo non diagnosticata e non curata.

Desirè, a differenza di Jeannette Walls de Il Castello di vetro (altro lungometraggio che racconta di una bizzarra famiglia disfunzionale), non riesce a porre dei confini chiari tra sé e i propri familiari (soprattutto col padre) per salvaguardare se stessa e il proprio futuro. Forse perché le è mancato nel corso dell’infanzia qui genitori sufficientemente buoni (cosa che Jeannette aveva avuto nonostante le bizzarrie dei genitori) che le avrebbero consentito di prendere coscienza di se stessa per sentirsi in sintonia col mondo e con il proprio spazio interiore.

Riprendendo la periferia romana, inoltre la regista e attrice trasferisce sulla pellicola il senso di desolazione che pervade una parte della città che si sente molto lontana dalla magnificenza della Roma più illustre. Le parole molto scurrili che segnano l’eccessiva distanza intellettuale tra la protagonista e il suo compagno sono il simbolo di una Roma spaccata in due.

Ramazzotti ha girato dunque un’opera prima molto significativa sia per la forma che per il contenuto. Pervasive sono le frasi fatte del padre sull’immigrazione e le parole minimizzanti della madre sulla patologia psicologica del figlio. La breve scena dell’assorbente, poi, contribuisce a dare profondità a questo film dimostrando che la pluralità delle voci è indispensabile per includere quante più persone e storie possibili nella Settima Arte.

Il film è stato presentato alla 80esima Mostra del Cinema di Venezia, dove ha ricevuto il Premio Spettatori – Categoria Orizzonti. La sceneggiatura è di Micaela Ramazzotti, Alessandra Guidi e Isabella Cecchi. Maria Ianniciello

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