“Transformers 4”? Tre ore di film che “stordiscono”

transformers4Sgombriamo subito il campo da inutili equivoci. “Transformers 4 – L’era dell’estinzione” è un film di Michael Bay e dalla vorticosa giostra pirotecnica dell’effetto speciale nonsense non si scende se non alla fine dei titoli di coda. Oltre a essere il blockbuster dell’estate, è anche il quarto episodio del franchising targato Hasbro sui colossi robotici trasformabili e dunque la storia è già nota: Autobots (Transformers buoni) contro Decepticons (Transformers cattivi). Stavolta però l’umanità folle fa resuscitare Megatron, il malvagio leader sconfitto da Optimus Prime nella Battaglia di Chicago e, al posto di Shia La Beouf, sarà Mark Wahlberg nei panni di Cade Yeager a difendere il genere umano, grazie al capo Autobot Prime, trovato miracolosamente in un cinema abbandonato sotto forma di fatiscente autoarticolato. Trascurabilissime le altre new entry: Nicole Peltz subentra a Megan Fox, Jack Reynor è il nuovo comprimario dell’eroe e Stanley Tucci lo scienziato da operetta che si mette a studiare i robot venuti dallo spazio con conseguenze fatali. A complicare le cose ci si mette anche la Cia e il governo statunitense fuori controllo. Novità assoluta l’entrata in scena dei Dinobots, dinosauri meccanici al seguito di capitan Optimus. Per chiunque non conosca Michael Bay o le vicende dei titani alieni, meglio anticipare che verticalità e profondità non appartengono alla trama o alla complessità del racconto, ma, trattandosi di un continuo, estenuante patchwork di sequenze digitali sferraglianti, si riferiscono solo al 3D, alle riprese velocissime e alle soggettive impossibili. Il cinema muscolare di Bay è l’ultima frontiera del post-moderno, una “narrazione zero” spinta all’ennesima potenza e dilatata all’eccesso: moltiplicazione degli effetti speciali, della durata (quasi tre ore) e dei personaggi in scena in un tripudio di “iper” (trofico, spettacolare, cinetico, patriottico) che stordisce e non dà tregua. Gioco d’accumulazione a detonazione continua, deturpato da battute stantie e retorica familiare. Tutto ciò che sembra concettuale e filosofico viene sommerso da un proliferante magma visivo interamente basato su sensazioni primordiali e su un primitivismo meccanicista (e del resto i robottoni trasformabili fagocitano completamente i comprimari umani sia sul piano scenico che su quello recitativo). Tutto ciò è male? Possiamo solo dire che questa totalizzante sottomissione del cinema noumenico al cinema fenomenico annienta ogni gradazione tipica del genere filmico di riferimento (è science fiction, fantasy, action?) e trasforma quel desiderio di “vertigine” di cui parlava Thibaut Garcia in indifferenziata “attrazione mostrativa”: se gli attori non fanno più “senso attivo”, la commistione di suoni e immagini diventa l’unico indistinguibile significante dell’opera. Materia pulsante che sottomette dramma e pensiero umano in un luna park roboante. Da manuale di sociologia del cinema.

Trailer: http://youtu.be/rOULNN-vPq4

 

Vincenzo Palermo

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Autore dell'articolo: Vincenzo Palermo

Vincenzo Palermo
Nato a Catanzaro, si laurea in Lettere moderne a Bologna, con tesi sul Decameron fantastico. Grande appassionato di cinema e letterature medievali, collabora con portali e siti di critica cinematografica, dedicandosi alla scrittura di recensioni e articoli di approfondimento tematico. Campi di interesse: classici del muto, grandi autori europei, New Hollywood e tendenze sperimentali del cinema moderno.

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