Difret – il coraggio per cambiare, trama e recensione del film

Da poco è passato l’8 marzo, giorno della Festa della Donna, ma per noi ogni momento è importante per celebrare le donne. In Difret il coraggio per cambiare la storia di una ragazza che non molla. La trama e la recensione del film.

Difret tramaDifret – il coraggio per cambiare è un film di Zeresenay Berhane Mehari, coprodotto da Angelina Jolie. Dopo aver ricevuto, nel 2014, tra i vari riconoscimenti, il Premio del pubblico al Sundance Film Festival e al Festival Internazionale del Film di Berlino – sezione Panorama, lo scorso 22 gennaio è stato distribuito da Satine Film nelle nostre sale. La pellicola, scritta dallo stesso regista, ci racconta la storia di Hirut Assefa (Tizita Hagere), un’adolescente desiderosa di studiare nonostante l’ambiente contadino e il villaggio non spingano verso quella direzione – già in questo si avverte la sua determinazione. Un giorno, però, dopo aver ricevuto una notizia positiva in quella classe dalle pareti così fragili, viene accerchiata da uomini al galoppo. Detta così potrebbe apparirvi una fiaba, ma ciò che inizia a pietrificare è proprio la consapevolezza che il tutto sia tratto da una storia vera. La ragazzina viene, infatti, rapita da uomini capitanati da colui che la vuole in sposa: si tratta della barbara tradizione della Talefa, questa era la normalità in alcuni villaggi – e ignoriamo se in qualche parte del mondo continui ad esserlo. Dopo aver subito violenza (con lo scopo esplicito di metterla incinta così da costituire una garanzia), Hirut tenta di fuggire, ma braccata, per legittima difesa compie un atto che le cambierà la vita. In questo preciso istante, la tradizione – a cui appartengono anche le cosiddette leggi interne dettate dal consiglio degli anziani – inizia ad entrare in rotta di collisione con la giustizia. Meaza Ashenafi (Meron Getnet), avvocato e socia dell’associazione Andenet (uno studio legale al femminile che offre assistenza gratuita a chi non può permetterselo) corre in aiuto della ragazzina, che non ha neanche idea di chi sia un avvocato.

Il Trailer

Difret-il-coraggio-di-cambiareQuello che colpisce di Meaza è che ha negli occhi e nel suo atteggiamento (anche nella postura corporea) un coraggio che vediamo in nuce in Hirut; la donna parte, infatti, da quella che era una condizione molto simile: essere destinate a un uomo che non si sceglie, è lui a sceglierti, a chiedere la mano a tuo padre e, se non viene accordata, può essere autorizzato a rapire. La differenza sta nel fatto che Meaza ha sempre avuto ben in chiaro di non volersi sposare ed è stata rispettata da suo padre e protetta dai suoi cinque fratelli: così è iniziata la sua emancipazione parallelamente al percorso di studi. L’occhio della macchina da presa ci catapulta pienamente in quei luoghi così lontani (merito anche del gusto fotografico) e, al contempo, fa la radiografia dei sentimenti anche solo catturando uno sguardo, registrando con delicatezza la sofferenza di Hirut nello star lontano dai suoi – intesi sia come affetti che come ambienti.Difret con la sua trama coinvolgente mette a tema con tatto il conflitto tra l’arretratezza culturale esplicitata in regole che vengono tramandate di padre in figlio (con quest’ultimo che le assume come un comandamento) e la legge del Paese, frutto di un’evoluzione del pensiero e della conoscenza. Né Hirut né Meaza vogliono immolarsi come un agnello sacrificale, dietro anche la stessa funzione dell’avvocato non c’è ideologia fine a se stessa; la donna è mossa da una profonda voglia di verità senza la pretesa di cambiare il mondo, ma provare a compiere qualche piccolo passo, salvando qualcuno (tanto più se lo permette). Mehari, in questa sua opera prima, rifugge dalla spettacolarizzazione, ricorrendo spesso a dissolvenze in nero lì dove qualcun altro avrebbe calcato la mano sulla violenza. A parte alcuni salti narrativi che interrompono, in parte, il flusso drammaturgico e anche quello emotivo Difret si rivela un film importante per il suo essere testimonianza di una realtà, con lo sguardo aperto verso nuovi confini.

Maria Lucia Tangorra

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Autore dell'articolo: Maria Lucia Tangorra

Nata a Conversano (Ba) nel 1987, da alcuni anni si è trasferita a Milano per coltivare la passione per cinema, teatro e giornalismo col desiderio di farne un lavoro. Free-lance, critico e corrispondente dai festival per web magazine di cinema e teatro; ha realizzato anche reportage e approfondimenti di spettacoli tra cui “Invidiatemi come io ho invidiato voi” di T. Granata e “Un giorno torneranno” ideato e interpretato da S. Pernarella. Si è appassionata al cinema e al teatro vedendo recitare gli attori forgiati dal maestro Orazio Costa Giovangigli e da lì ha cercato di conoscere i diversi modi di fare e vivere il teatro e il cinema (senza assolutamente disdegnare alcuni lavori televisivi di qualità). Quando ha sentito sul palco queste parole: «Sai cosa vuol dire vivere in un sogno? Ciò che tu non sei, sei: e, ogni notte, lo frequenti» (dal testo teatrale “Orgia” di P. P. Pasolini) ha pensato che questo accade quando ci si immerge nel buio della scatola magica e della sala cinematografica. Grazie a questo lavoro fatto anche di incontri umani, non solo professionali, pensa che senza il teatro e il cinema il respiro sulla vita sarebbe diverso perciò, nonostante tutto e tutti, crede che di cultura e arte si possa vivere e che le passioni possano trasformarsi in una professione.

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