Maria Rosaria Omaggio a teatro con Marquez, l’intervista

Maria Rosaria Omaggio: trent’anni di teatro, tanto cinema e televisione. Una vita dedicata all’arte e all’impegno sociale. Pluripremiata per la sua splendida interpretazione di Oriana Fallaci nel film del Premio Oscar polacco Andrzej Wajda, “Walesa, Uomo della speranza”. Ha ricevuto il Premio Pasinetti alla 70esima Mostra del Cinema di Venezia, l’Arechi d’oro al 67esimo Festival del cinema di Salerno, il premio Palladium e il premio Oriana Fallaci 2014. Attrice, autrice, scrittrice, Ambasciatrice Unicef (Goodwill Ambassador), ci ha accolti nella sua casa romana. Nella seguente intervista, rilasciata a Cultura & Culture alla vigilia del suo ritorno in palcoscenico (dal 5 marzo al Teatro Palladium di Roma, con l’unico testo teatrale di Gabriel Garcia Marquez, di cui detiene i diritti, concessigli dal compianto Nobel colombiano) l’attrice si racconta.

Maria Rosaria Omaggio, partiamo dall’attualità. Sta per tornare in scena con “Diatriba d’amore contro un uomo seduto”, unico testo teatrale di Marquez del quale lei ha i diritti in esclusiva per l’Italia. Ci parli di questo suo rapporto col grande scrittore colombiano.

Quando lui è morto, il 7 aprile dello scorso anno, io ho sentito il desiderio di omaggiarlo, nel senso più esteso del termine. Quindi anche di rimettere in scena “Diatriba”, tenendo conto anche del fatto che proprio il 6 marzo, giorno della seconda replica dello spettacolo a Roma, è il giorno del suo compleanno. Mi è sembrato più bello ricordarlo in questa data. Stiamo parlando di un uomo immortale, come tutti i grandi nelle arti. Grazie anche al grande lavoro dell’Università Roma Tre che gestisce il Teatro Palladium, spazio che deve decollare trovando una sua precisa collocazione, siamo riusciti in questa impresa. Oltretutto, in quei giorni io festeggerò esattamente trenta anni di teatro!

Un tributo che parte qualche mese prima, giusto?

Sì, perché il percorso parte con la grande maratona di letture “Cent’anni di solitudine” a novembre scorso, per quattro giorni, con 180 lettori differenti, tutti grandi colleghi, impossibile citarli tutti. Un grande lavoro di ricerca e di montaggio. Un testo di 480 pagine, preceduto dall’intervista immaginaria che io e uno straordinario Massimo Dapporto nella parte di Gabo abbiamo inscenato ricostruendo, grazie anche all’enorme quantità di materiale in mio possesso, un’intervista postuma. Un grande momento, seguito da un numeroso pubblico attentissimo ed emozionato. Ringrazio davvero tutti i colleghi e quelli che hanno consentito quelle giornate. Eravamo un esercito! Abbiamo sfidato tutte le difficoltà di un’operazione simile, costi compresi. Tutto questo per arrivare poi a una nuova messa in scena di Diatriba, un’edizione tutta al femminile, totalmente rinnovata nell’ideazione scenica di Emanuela Giordano.

Le donne che nascono dalla penna di Marquez sono figure sempre molto forti, quasi in contrapposizione a quelle maschili, volubili nella loro ricerca di avventura. Lei come si è trovata ad interpretarne una, Graciela in questo monologo, e quanto la sente sua?

Hai ragione! E’ molto vero che Gabo, che racconta di essere cresciuto in un universo femminile, che ha addirittura imparato a ballare la sua amata musica vallenada grazie alla sua “criada” in casa, si è sempre reso conto della forza femminile, guida e sostegno per l’uomo. Donna che, in qualsiasi ruolo, è sempre una protezione. Lui usa molto la parola “tenerezza”, e proprio grazie a questa la donna è molto più forte dell’uomo. Io mi riconosco in Graciela tanto quanto qualsiasi donna. Questa possibilità di intuire le cose ma allo stesso tempo negarsele perché non vogliamo vedere… Io penso che ci sono due testi che non possono essere sfuggiti a Marquez che, come ogni grande scrittore, era anche un grande lettore. Uno è sicuramente Giorni felici di Beckett e l’altro Così è se vi pare di Pirandello. Questa donna (Graciela – ndr) si è sforzata di essere all’altezza di suo marito, ma in realtà lui si era innamorato di lei per come era prima. Una trappola che tante donne capiscono troppo tardi. L’importanza dell’amore, per una donna, è il fondamento della vita, ma l’amore verso tutto. L’atteggiamento emozionale, sentimentale, per una donna è palese, per l’uomo, tradizionalmente e anche per natura, è represso. Una donna che soffre molto difficilmente piange.

Nel testo di Diatriba d’amore c’è chiaramente un j’accuse contro l’idea borghese di felicità: il matrimonio, il benessere economico e sociale. Ma cosa è la felicità per Lei, come la percepisce?

Beh, c’è una frase meravigliosa di Marquez che io amo particolarmente citare che dice “…non è vero che la felicità dura solo un istante. Non si sa di averla avuta finché non è finita. La verità è che dura finché dura l’amore, perché con l’amore persino morire è bello”. Ti rispondo così.

Secondo lei da dove nasce la grande forza femminile descritta da Marquez?

Io credo fermamente che sia nella donna in generale, nella sua natura. Per essere forte e pronta al parto, quindi a portare avanti la vita, la porta avanti in tutti i sensi. Anche la donna che non ha figli, come la Fallaci ad esempio, che l’ha perso o, per i casi della vita, come me, ha comunque un istinto di sopravvivenza e una forza tale da essere da sostegno ad un intero sistema! Se si studia la vita di Marquez, ci si rende conto di quanto la moglie abbia contribuito a far si che lui perseverasse nella creazione della sua creatura più bella che fu “Cent’anni di solitudine”.

C’è una fase dello spettacolo in cui la protagonista si guarda allo specchio, in un momento topico della sua vita. Lei che rapporto ha con la sua immagine? Non tanto quella fisica, quanto quella relativa al suo percorso di vita.

Nella mia formazione, sin da ragazzina, c’è una domanda che non ho mai smesso di pormi ed è: io, chi sono? Cerco, per essere presente a me stessa, di “vedermi” sempre. Anche quando lo specchio non ce l’ho. Credo che osservarsi ed osservare non faccia parte solo dell’arte di un attore. L’essere umano è un contenitore di sentimenti e potenzialità anche fisiche che vanno sviluppate. Il mio rapporto con lo specchio è soprattutto professionale, con cui posso vedere altri personaggi, ma non grazie al trucco. E’ un fatto di sguardo, un fatto interiore. Quello che probabilmente si è un po’ perso nel nostro Paese e che in passato ci ha portato a grandissimi livelli. Ricordi Anna Magnani come diceva? “A Nì, perche me le devi coprì? Se sò venute, fanno parte della vita mia ste rughe”. L’intensità dell’espressione, dove l’essere è più importante dell’apparire. Aver dimenticato questo, ha un po’ svilito il nostro grande cinema e il nostro grande teatro e anche la nostra grande televisione. Quando invece questo lo si conserva, abbiamo risultati come “La grande bellezza” di Sorrentino, che non a caso vanta i migliori interpreti del teatro italiano. E’ difficile tornare ad amarci e ad amare le nostre tradizioni per poter riprendere il nostro posto. Mi auguro che questo accada presto.

Un concetto che Lei ha espresso tempo fa, quando dichiarò che bisognerebbe superare le logiche del “come si deve fare” dettate dalla distribuzione e tornare a realizzare le cose con il cuore. Accade anche in teatro?

Assolutamente sì! Ho avuto difficoltà anche per mettere in scena Diatriba, con la distribuzione che mi sconsigliava di investire in questo progetto. Innanzitutto questo non è un semplice monologo ma uno spettacolo vero e proprio, con la musica dal vivo, frutto di grande ricerca, e dove ho la fortuna di avere due grandi musicisti come Ricaurte e Taborri. Utilizzeremo una poesia di Gabo giovane, musicata, come filo conduttore, di cui ti dico un verso: “Se credi ancora nel dolore dell’allegria, apri la porta che è l’amore, amica mia.” Ecco, superare queste logiche per creare bellezza.

Abbiamo parlato di donne, di poesia, di tenerezza. Vorrei un suo parere sul fenomeno dilagante della violenza verso le stesse donne, tanto celebrate invece dall’arte. E’ un fenomeno nuovo o adesso se ne parla di più?

Sicuramente ora c’è un’attenzione mediatica enorme. Oggi, da un po’ di anni, c’è anche una tendenza all’autocomunicazione, pensa ai social network o ai salotti televisivi dove per ore si parla di problemi propri. Io credo che l’immagine dell’uomo primitivo che trascina per i capelli la donna sia purtroppo un esercizio di potere e di machismo che è sempre esistito. Lo scorso anno interpretai “Lo stupro” di Franca Rame a Terni, nel giorno di San Valentino in cui fui premiata con il Premio omonimo. Un testo durissimo, che mi è costato molta fatica. Che dire? Viva i Gabo che amano le donne e la tenerezza!

Lei ha fatto di tutto. Teatro, cinema, televisione, radio, è autrice di libri, una vita dedicata all’arte.

Ho un libro sul comodino, di Jean Cocteau, non a caso si intitola “La difficoltà di essere”. Mi sono rifugiata in una frase con cui lui, rispondendo a dei giornalisti che gli domandavano come mai scrivesse poesie, facesse teatro, e poi dipingesse e quanto altro, diceva “perché non è una questione di ispirazione, ma di espirazione”. Io mi trovo a espirare nella strada che in quel momento mi si offre. Ho cercato nella mia vita di imparare le tecniche di espressione differenti per espirare ciò che avevo dentro.

Quanta arte c’è nel mondo dello spettacolo?

Molta, ce n’è molta! C’è sempre stata, anche perché è nella natura italiana. Ad esempio. l’ideazione scenica di Emnuela Giordano in Diatriba, ovvero questo “abito vulcano” da cui Graciela erutta tutti i ricordi, è stato realizzato dalla straordinaria costumista Sandra Cardini (nota per tanto teatro e, nel cinema, tra l’altro, per l’indimenticabile Gomorra – ndr). E poi, non perché ha preso il quarto Oscar, Milena Caronero, ma tanti altri professionisti come il mio amico Massimo Cantini Parrini che ha disegnato i costumi per l’ultimo film di Garrone e ha seguito quelli della Fallaci nel film di Wajda, i nostri direttori della fotografia, e quanto altro. Voglio dire…sotto la parola poeta c’è anche Lucio Dalla come c’è Vivaldi. E’ a tutto tondo, ma lì dentro c’è anche Gassman, la Melato, la signora Loren. C’è l’anima dell’artista che, attenzione, non pensa come prima urgenza a intrattenere, ma ad esprimere e condividere col pubblico un’autentica visceralità. Aveva ragione Flaiano quando diceva che “in teatro si ritrovano i simboli delle cose perdute di vista.

Capitolo Fallaci. La sua fu un’intepretazione superba, nel film “Walesa, uomo della speranza” per la quale, tra gli altri, ha ricevuto il Premio Pasinetti alla 70esima Mostra del Cinema di Venezia, nonché il Premio Oriana Fallaci nel 2014. Le chiedo se ha visto il film per la tv con Vittoria Puccini.

No, non l’ho visto perché proprio in quei giorni ero impegnata ad interpretare Cristina di Svezia a Palazzo Corsini, insieme ad Alessandro Benvenuti. Pensavo, con la Fallaci, di aver interpretato il massimo della regina degli opposti e delle contraddizioni e del grande senso di libertà. Cristina di Svezia è stata un’antesignana dell’emancipazione femminile, un personaggio rivoluzionario per l’epoca. Dobbiamo a lei, che adorava Roma, tante innovazioni nella nostra città, l’orto botanico, l’inserimento in teatro delle donne fino ad allora interpretate dai castrati, e la prima legge che a Roma puniva chiunque sbeffeggiasse gli ebrei dentro e fuori dal ghetto. Quindi ero felicemente impegnata in quei giorni ed ho visto solo un trailer. Approfitto del vostro giornale per ringraziare tutti i miei ammiratori che in quei giorni hanno scritto almeno un migliaio di tweet ed altrettanti commenti su facebook dove mi hanno citato in merito al film sulla Fallaci e posso dire fin d’ora che lunedì 9 marzo, al Centro Culturale Elsa Morante a Roma, interpreterò “Le parole di Oriana” nella rassegna “Ritratti di donne”, mentre Iaia Forte interpreterà la Morante ed il 21 di marzo, nella giornata mondiale della poesia, sarò a Savignano sul Rubicone dove verrà proiettato il film di Wajda e a seguire omaggerò il pubblico di alcune letture, rifacendomi ai testi che ho già interpretato alla radio.

Che idea si è fatta della querelle nata dalle considerazioni della Fallaci sull’Islam?

Io sono una studiosa reale di Oriana, fin da quando ero ragazzina e sicuramente, dalla sua morte in poi, l’ho approfondita ancora di più. Grazie al nipote Edoardo e alla RCS, ho avuto modo di leggere tutto di lei, anche gli inediti. Non esiste una Oriana prima e dopo. Leggendola tutta e vedendo quello che lei diceva del trattamento delle donne nel medioriente (“Il sesso inutile”) è abbastanza chiaro che non si va a contraddire. Persino nel suo primo romanzo, lei cita dei versetti di Nostradamus riconducibili all’attentato alle Torri Gemelle. Quindi, Cassandra? Vero, ma nel senso positivo del termine, perché la sua preparazione era profondissima, attenta.

Lei ha paura di questo momento storico?

(riflette molto, ndr) Come Ambasciatore Unicef, onore ed onere, io ho paura da molto tempo. Da molto tempo prima che esplodesse quello che stiamo vedendo ogni giorno, adesso. Questo macinare immagini e informazioni, paradossalmente, non ci permette di soffermarci sui tanti problemi nel mondo. Si parla dell’Isis e già abbiamo dimenticato la Siria, l’Africa, le donne, i bambini, le tante guerre sparse sul pianeta. C’è molta superficialità. Io ho paura della violenza, che vale anche per lo sport e per ogni passione in genere.

In che senso?

Faccio un’altra citazione, mi dispiace, ma fa parte della mia natura. Sono una signora di mezza età e me lo posso permettere ormai (sorride, ndr), non sono più soltanto una bella ragazza. Plutarco diceva che una delle cause principali di malattia è la passione, e anche l’entusiasmo. Io naturalmente disapprovavo. Invece è così, perché il confine tra gli opposti dentro di noi è molto labile. L’eccesso del sentimento più nobile può produrre dei danni devastanti. Abbiamo perso di vista la natura e il senso, l’importanza dell’amore. Una volta, mi sembra da Marzullo, mi chiesero cosa fosse per me l’amore. Risposi che era come chiedermi di definire Dio. E mi sorpresi di questa mia risposta. Ma è così! Io credo davvero che abbiamo bisogno di un gran lavoro per ritrovare l’essere più che l’avere. Come dice Graciela, la protagonista di Diatriba d’amore, “adesso abbiamo tutto in abbondanza, meno che l’amore”.

Signora Omaggio, dall’alto della sua esperienza, quanto la cultura in genere e il teatro in particolare, possono essere un argine contro l’imbarbarimento quotidiano?

Fondamentale direi. Premetto che in questo momento farei molto cinema, perché con la maturità, arrivando sempre più vicina all’essenziale, con uno sguardo fai un monologo. Stabilito questo e augurandomi di poter interpretare al più presto un bel personaggio, in una storia italiana e diretta da un bravo italiano, l’unica possibilità che abbiamo di non perdere vista il bisogno di nutrirci di bellezza, quella grande bellezza che ci circonda e di cui abbiamo una grande dose nel nostro dna di italiani, è quella di lasciare gli orpelli e tornare ad “essere”, riprendendo il gusto della nostra cultura. Fieri di quello che siamo, storicamente. Basta lamentarsi! E proprio storicamente, culturalmente, da secoli, non c’è luogo più adatto del teatro come Tempio per ritrovare se stessi!

Ascolta il saluto di Maria Rosaria Omaggio

Paolo Leone

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