Le radici dell’odio. Il fenomeno delle “Vedove nere”

Il Caucaso - @Paata
Il Caucaso – @Paata

In meno di ventiquattro ore Volgograd, ex Stalingrado, è stata sconvolta da due attentati terroristici che hanno provocato 31 morti. Tutto questo in un periodo cruciale per la Russia, che sta ospitando proprio a Sochi, dal 7 febbraio 2014, i Giochi Olimpici Invernali.

Il Paese trema, dunque e proprio nel momento in cui l’immagine riflessa dalla politica e dalla società deve essere perfetta, senza neppure la minima distorsione, costi quel che costi.

La risoluzione dei casi “Pussy Riot” e “Khodorkovsky” è l’esempio più evidente e di enorme impatto sui media internazionali, attraverso il quale la Russia vuole presentarsi al mondo come una nazione democratica e libera.

Gli attentati di Volgograd, però, hanno rimesso in discussione tutto, riaprendo una ferita mai davvero rimarginata e che affonda le radici nella situazione cecena.

Il primo kamikaze, hanno riferito i media, si è fatto esplodere alla Stazione Centrale di Volgograd. Ed era una donna.

Molti sono i fatti da prendere in considerazione per capire ciò che sta avvenendo: la città protagonista di questi infamanti delitti è a circa 700 Km da Sochi, dove tengono i Giochi Olimpici e molto, troppo vicina al Caucaso settentrionale, zona instabile e culla del fondamentalismo islamico contrario alla politica del Cremlino.

La kamikaze, invece, si chiamava Oksana Aslanova ed era una “vedova nera”.

Il fenomeno delle donne kamikaze del Caucaso è cresciuto negli anni, benché non se ne parli molto; due degli attentati più noti sono quello del 2002 nel Teatro Dubrovka e quello nella scuola di Beslan appena due anni dopo.

Le vedove nere sono donne disperate, che hanno perso un marito o un figlio nell’insurrezione islamista contro la Russia, talvolta convertite, comunque indottrinate all’Islam più estremista e radicale che fa leva sul loro dolore, magari sull’ignoranza e sulla debolezza derivante da un’assenza incolmabile.

Spesso i loro matrimoni sono combinati dalle famiglie e le giovani non hanno alcuna preparazione per affrontare il mondo. Sono martiri per gli estremisti che promettono ai kamikaze una vita gloriosa nell’aldilà, carnefici spietate e, nello stesso tempo, vittime della loro solitudine, della pena e della mancanza di istruzione che le aiuterebbe a non cadere in trappole mortali.

Sono donne che non hanno imparato a perdonare, ma a odiare, abilmente usate dagli uomini. Allo stesso modo non sono state capaci di elaborare i loro lutti in pace, spinte a credere che l’unico sistema per far riposare in pace i loro morti fosse quello di infliggere morte e dolore agli altri colpevoli, direttamente o indirettamente, di averle private del sostegno maschile, a volte della vita stessa.

In un certo senso sono zombie, morti viventi che di vitale non hanno più nulla se non la sete di vendetta che le spinge a uccidere. Giovani, religiose e psicologicamente vulnerabili, benché glaciali in apparenza e scelte proprio per la loro debolezza.

Eppure le “vedove nere” non possono essere giustificate, come non può esserlo chiunque uccida un essere umano, senza pietà neppure per dei bambini.

Gli studi e i reportage sul fenomeno delle “vedove nere” sono molti e mettono in evidenza la difficile condizione femminile in Caucaso, strettamente connessa all’estremismo islamico. Una condizione che deve essere risolta, intervenendo non solo sul contesto politico da stabilizzare, ma sulla presa di coscienza, da parte delle donne, dei loro diritti attraverso lo studio e sul vero significato della religione.

La guerra e la difficile situazione in Cecenia ha contagiato anche Daghestan e Inguscezia, creando una spirale infinita di morte, orrore e fondamentalismo, fattori cruciali che continuano a scatenare le terribili rappresaglie. Il sangue viene lavato col sangue, ma né le donne né gli uomini saranno davvero liberi se non si porrà fine agli strascichi infiniti di un devastante conflitto. Liberi di vivere e non costretti a morire.

 Francesca Rossi

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