Le brutte notizie ci fanno gola, ci piace ascoltarle, amplificarle, farle nostre. Stamattina pensavo proprio a questa caratteristica della psiche umana collettiva mentre scorrevo le pagine di noti quotidiani nazionali, dove sembra che l’umanità sia sull’orlo dell’estinzione a causa di un’ipotetica guerra nucleare. Viviamo in un’epoca complessa, proprio per l’infodemia e la cattiva informazione, che ci stressano facendoci vivere in uno stato costante di paura e insicurezza, tanto che anche eventi statisticamente rari e insignificanti diventano motivo di preoccupazione.
L’euristica della disponibilità
Quando ero una cronista alle prime armi, mi veniva spesso detto dai miei superiori che la notizia è quando un uomo morde un cane, non viceversa.
Va detto che, nell’epoca dei social, un articolo su un cane che ha morso il padrone — meglio ancora se un bambino — crea molto rendering e quindi i media ne danno notizia. Di conseguenza credo che questo modo di dire non sia più del tutto calzante. Ad ogni modo, il suo significato resta valido: nel giornalismo si tende a privilegiare l’imprevedibile, l’insolito, l’eccezionale. Peccato che la mente umana, però, consideri l’insolito non così inusuale, a causa dell’euristica della disponibilità.
L’euristica è una scorciatoia mentale, intuitiva e veloce, che il cervello usa per rispondere a domande complesse senza doverle analizzare completamente. L’euristica della disponibilità, nello specifico, ci porta a valutare la probabilità di un evento basandoci su quanto facilmente quel fatto accaduto ci viene in mente.
Lo psicologo premio Nobel Daniel Kahneman, nel suo libro cult Pensieri lenti e veloci (Mondadori), scrive che dopo una calamità gli americani tendono, proprio a causa degli effetti della disponibilità, ad acquistare più polizze, anche se l’evento risulta essere piuttosto raro. Per esempio, da un’indagine sulla percezione dei rischi fatta diversi anni fa su alcuni volontari da parte di un gruppo di studiosi dell’Oregon Research Institute, risultò che l’80 per cento dei soggetti giudicava più probabile la morte:
- per incidenti che per l’ictus;
- per i tornado che per l’asma;
- per il botulismo che per fulminazione;
- per incidente che per diabete.
In tutti i casi, è vero il contrario. E questo perché le stime delle cause di morte sono viziate dal modo in cui i media trattano le notizie, basato sul sensazionalismo e sulla ricerca della novità, di cui noi siamo particolarmente avidi.
Ce lo dice il cervello
Ma perché ci piacciono le brutte notizie? La risposta è sempre nel nostro cervello.
Ci siamo evoluti come specie su un pianeta particolarmente ostile e le nostre abilità fisiche sono scadenti: non abbiamo gli artigli del leone, non corriamo come una pantera né come una lepre, siamo piccoli e con una dentizione piuttosto esigua.
Eppure siamo riusciti a dominare il pianeta, grazie al nostro cervello, che opera in modo integrato tramite diversi sistemi: uno più veloce, automatico e orientato alla sopravvivenza, l’altro più lento, riflessivo e capace di valutare il contesto. Le emozioni primarie, come la rabbia e la paura, nascono nei circuiti che hanno la funzione di segnalarci un pericolo e prepararci all’azione. Abbiamo la predilezione per le cattive notizie perché ci siamo evoluti per difenderci dai pericoli.
Tuttavia decidiamo come e quando agire grazie all’interazione tra le diverse componenti del cervello, in cui emozioni e bisogni primari — fame, sete, sonno, sicurezza — dialogano costantemente con le nostre capacità di riflessione e analisi.
L’esercizio della consapevolezza
Come possiamo allora preservarci dalla mole di cattive notizie che genera stress anche se il pericolo è lontano o inesistente? Rafforzare il sistema più lento è importante proprio per evitare di cadere nella trappola dell’infodemia, della disinformazione e delle brutte notizie. Il sistema lento si rafforza anche tramite l’esercizio della consapevolezza.
La mindfulness (ho spiegato qui di cosa si tratta) infatti ci aiuta a disinnescare il pilota automatico, uscendo così dagli automatismi e sedando il nostro bisogno atavico di immergerci nel flusso costante di cattive notizie. Scegliere con consapevolezza significa anche imparare ad andare oltre il sensazionalismo mediatico, per coltivare l’analisi e la riflessione, elementi essenziali per il nostro equilibrio psicofisico. La realtà, ricordiamocelo, è molto più complessa di quella che ci viene descritta tramite i bias della generalizzazione e della semplificazione.
Consigli di visione e lettura
Ti consiglio di vedere i film “Quarto potere”, “Sbatti un mostro in prima pagina” e la serie tv “The Morning Show”, per quanto riguarda i libri, oltre al saggio che ho già citato nell’articolo, ti consiglio di leggere ‘Sapiens. Da animali a dei’ (Bompiani) di Yuval Noah Harari.
di Maria Ianniciello
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