A Sangue freddo di Capote, il caso Christa Pike e la polarizzazione dei media
Ho finito di leggere A sangue freddo di Truman Capote proprio mentre i media internazionali riportavano la notizia della mancata esecuzione di Christa Pike in Tennessee. Pike è una criminale statunitense che, nel 1995, torturò e uccise Colleen Slemmer, una sua compagna di classe, per gelosia. La donna, condannata alla pena di morte, è sopravvissuta a due iniezioni letali; ora si trova in ospedale e sembra abbia ripreso conoscenza.
Leggendo i vari commenti ai post di importanti testate internazionali e italiane, si evince immediatamente come il dibattito sulla pena di morte sia fortemente polarizzato. Da un lato c’è chi chiede giustizia per Colleen, brutalmente uccisa all’età di 19 anni; dall’altro c’è chi chiede clemenza per Christa e alcune persone si appellano alla Genesi, dove Caino riceve clemenza.
Eppure, come ci suggerisce Truman Capote nel suo capolavoro, la realtà è molto più sfumata, perché nell’animo umano sono in grado di convivere sentimenti contrastanti. Possiamo provare compassione sia per la vittima sia per il carnefice, soprattutto se l’omicida ha alle spalle un passato di abusi.
Holcomb, 1959: l’efferato omicidio della famiglia Clutter
Capote ci porta letteralmente sia dentro la vita della famiglia Clutter, sia nella quotidianità dei killer, Perry Smith e Dick Hickock. Al contempo, ci mostra le paure della comunità di Holcomb e le domande che si pongono gli inquirenti, in primis l’agente Alvin Dewey.
Il contesto del romanzo è questo: il 15 novembre del 1959 in Kansas, a pochi chilometri da Garden City, nel piccolo centro di Holcomb, si consuma un efferato omicidio. Herb Clutter era un facoltoso proprietario terriero quando, in una notte di luna piena, fu torturato e ucciso brutalmente.
A essere ammazzati a sangue freddo furono anche la moglie Bonnie e due dei suoi figli ancora adolescenti, Nancy e Kenyon. All’inizio, per mancanza di prove, gli investigatori brancolavano nel buio, ma poi un detenuto, Floyd Wells, rilasciò una testimonianza che cambiò l’esito del caso. Gli investigatori si misero così sulle tracce di Smith e Hickock, arrivando al loro arresto.
Capote delinea con maestria il profilo del patriarca Clutter e della sua famiglia, raccontando parallelamente la vita dei due assassini, in modo particolare quella di Perry, che ebbe un’infanzia difficilissima segnata da abbandoni e dalle violenze subite in orfanotrofio.
Ne viene fuori un libro estremamente coinvolgente, a metà tra l’inchiesta e il romanzo. Capote dedicò sei anni della sua vita a questo caso, scoperto tra gli articoli delle pagine interne del New York Times. Si recò in Kansas e, nei primi mesi, fu accompagnato dalla sua amica d’infanzia Harper Lee (anche lei scrittrice di successo) che – essendo del Sud – riuscì a conquistare la fiducia degli abitanti di Holcomb.
La scrittura come specchio dell’anima: Capote e Perry Smith
Capote fu divorato dal suo romanzo e in modo particolare da Perry Smith, con il quale ebbe un lunghissimo rapporto epistolare. Lo scrittore si identificava in lui e si chiedeva: cosa sarei diventato senza l’istruzione a cui anche Smith aspirava?
Come scrive James Hillman nel libro Il codice dell’anima, Capote riuscì a manifestare il suo talento grazie al suo mentore, la maestra delle elementari che notò da subito le sue doti di scrittore. Senza una guida sarebbe sprofondato anche lui negli inferi della violenza? La sua non fu certo una vita semplice: si era rifugiato nella leggerezza della vita mondana newyorkese, da cui nacque Colazione da Tiffany, proprio per far fronte al male di vivere che lo tormentava. Quel trafiletto di giornale lo riportò nelle tenebre da cui non riuscì più a emergere, forse perché la pena di morte, di per sé, non lascia alcuna speranza di redenzione.
Il romanzo si conclude infatti con l’impiccagione dei due killer e con un prologo che rende ancora più complessi i sentimenti che proviamo per le vite spezzate dei giovani Clutter e per la morte dei due assassini.
La cultura pop, il giornalismo narrativo e l’attualità di A sangue freddo
Verso la fine del libro, Capote dedica spazio anche ad altri condannati, come Lowell Lee Andrews, uno studente di biologia che a 18 anni, nel 1958, proprio il giorno del Ringraziamento, sterminò a colpi di arma da fuoco l’intera famiglia (il padre, la madre e la sorella maggiore) con una totale e raggelante assenza di emozioni.
Il suo movente era riscuotere l’eredità per diventare, nelle sue fantasie schizofreniche, un “genio del crimine” con un’arma da fuoco nascosta in un violino. Capote riesce a descrivercelo con una tale lucidità (e romanticismo) da rievocare il cliché del criminale che porta con sé le armi nella custodia di uno strumento musicale. Pensiamo ai classici sui gangster come A qualcuno piace caldo o, in Italia (molto più tardi rispetto a A sangue freddo), al film con Bud Spencer e Terence Hill, l’indimenticabile …altrimenti ci arrabbiamo!, dove il killer dagli occhi di ghiaccio, Paganini, nasconde la sua arma proprio nella custodia di un violino.
Capote usò gli espedienti della cultura pop per creare un nuovo genere che egli stesso definì “giornalismo narrativo”.
L’autore aprì così la strada al New Journalism, un ibrido tra inchiesta e racconto. Pur eclissandosi tra le pagine (non c’è un “Io” narrante che si autodefinisce, come fa ad esempio Joan Didion), la voce dello scrittore si avverte in ogni parola, in ogni frase, in ogni capitolo.
Capote riesce letteralmente a farci percepire le urla delle vittime e la follia dei carnefici, in modo particolare di Perry Smith, con una forza narrativa che alterna equilibrio e pathos, costruendo uno dei romanzi più belli della letteratura americana, che ancora oggi ci induce a una profonda riflessione sulla maschera e sull’ombra.
A sangue freddo è ancora tremendamente attuale. In 27 dei 50 Stati americani vige ancora la pena di morte. Dall’impiccagione di Perry Smith e Dick Hickock sono state eseguite negli Usa oltre 1.600 condanne a morte.
Personalmente sono da sempre contraria alla pena capitale, ma dopo aver letto questo libro non riesco a non comprendere le ragioni dei familiari delle vittime che, col cuore indurito dalla rabbia, vorrebbero una giustizia terrena. Di conseguenza ergersi a giudici prendendo una posizione netta non è così semplice, soprattutto quando si discutono tematiche così complesse. Maria Ianniciello




