Quella mattina il sole appariva come un disco giallo, coperto da un panno di nuvole non invadenti né pervasive, che però attutiva la potenza dei raggi rendendoli impercettibili alla vista e sulla pelle. Avevo appena lasciato mio figlio a scuola ed ero in auto. Quell’immagine reale mi ha riportata con la mente, e forse anche col cuore, al romanzo che stavo leggendo in quel periodo: La strada di Cormac McCarthy.
Avevo visto il film con Viggo Mortensen molti anni prima, quando mio figlio non era neanche nei miei desideri. Io e mio marito, però, ne eravamo rimasti molto colpiti: un padre e un figlio che camminano lungo una strada non ben definita, in luoghi spettrali, col freddo annichilente che il disco solare non riusciva più ad attutire.
Della pellicola ricordavo ben poco quando ho scelto il libro durante l’ultima sessione del gruppo di lettura della Ubik di Mirabella Eclano; ricordavo un carrello della spesa, un padre con un figlio e poco altro.
Leggendo il romanzo da cui è tratta la trasposizione cinematografica, qualche cassetto della memoria si è aperto, in verità. Io, però, non sono più quella di allora. Infatti, se il film mi aveva lasciato solo un senso di prostrazione, il romanzo mi ha invece aperta a molti spunti di riflessione: sul ruolo del padre nella società di oggi, ma anche su come abitare il presente con consapevolezza, affinché ognuno di noi – soprattutto i più piccoli – possa immaginare un futuro possibile guardando al passato senza volerlo seppellire.
È proprio ciò che fa questo padre nel libro di McCarthy: vuole dimenticare ciò che è stato per affidare ogni speranza a un bambino, perché gli adulti hanno fallito a causa della loro volontà di potenza, da cui nascono solo il riscatto e la vendetta. Il bambino, invece, prova empatia e sa cosa significhi amare l’altro perché loro due – così gli ha detto il padre – “portano il fuoco”.
McCarthy crea uno scenario post-apocalittico senza raccontarci che cosa sia accaduto prima all’umanità, lasciandocelo solo immaginare. Usa una scrittura scarna – in linea col contesto -, oggettiva, quasi fotografica. Strizza l’occhio al cinema, suddividendo il romanzo in brevi paragrafi che si rincorrono come se fossero sequenze di un film. Il mio sguardo si è fermato soprattutto sull’immagine metaforica degli alberi che, secchi e senza vita, cadono al suolo facendo un rumore roco, sordo. L’autore usa la formula post-apocalittica per ridurre il tutto all’essenziale: due corpi affamati, sporchi, senza casa, soli.
E alla fine mi chiedo: che cosa è davvero importante quando la civiltà crolla e noi perdiamo tutti i beni materiali?




