Michael, ecco il re del pop

Recensione di Michael, il biopic sul re del pop

Sabato sera, in una sala gremita di un cinema di provincia, sono andata a vedere Michael, il biopic sul re del pop, e devo ammetterlo: dall’inizio alla fine, nelle sequenze musicali, non ho mai smesso di battere i piedi a terra e muovere la testa a ritmo di musica. Ed è proprio il ritmo che rende questo film degno di nota.

Molte sono state le critiche: c’è chi ha scritto e detto che si è voluto di proposito eliminare le ombre dalla vita di Michael Jackson portando sul grande schermo solo un ideale che non corrisponde alla realtà. Io credo invece che la scelta sia stata diversa: soffermandosi molto sulla carriera artistica la sceneggiatura lascia la star nel Mito, con l’intenzione di raccontare molto l’ascesa per mettere tra le righe i presupposti della caduta, che comunque si evincono.

Affiorano infatti l’infanzia mancata e il rapporto problematico col padre, la sua attenzione verso i bambini e il bisogno di separarsi per sempre dalla famiglia e dunque dai Jackson 5, su cui il padre Joseph aveva investito molta della sua energia, ma anche un rapporto via via più complesso col proprio corpo.

Il film accenna anche all’incidente che segnò profondamente la vita dell’artista — le ustioni al cuoio capelluto durante un tour — e alle conseguenze che ne derivarono, così come al tema della vitiligine. Tuttavia, anche in questi passaggi, la narrazione evita di soffermarsi davvero sulla dimensione più oscura, preferendo restare in superficie.

Sono elementi mai approfonditi che contribuiscono a costruire una figura sospesa tra fragilità e costruzione scenica.

Il regista, Antoine Fuqua, costruisce così un racconto dinamico e coinvolgente, sostenuto da un notevole Jaafar Jackson, capace di restituire la presenza scenica dello zio senza mai scivolare nell’imitazione sterile. Il film copre un arco temporale che va dalla fine degli anni Sessanta al 1988, fermandosi prima della caduta e scegliendo consapevolmente di non confrontarsi con il declino e la morte.

Come avrebbe osservato il filosofo James Hillman, una figura che non riesce a calarsi nella vita ordinaria rischia di eclissarsi, perdendosi nelle proprie ombre. Ed è proprio questa tensione tra luce e oscurità che il film sceglie di non esplorare.

Resta però un dato: Michael è una pellicola che funziona, perché restituisce con forza ciò che di un artista resiste al tempo: la sua opera. Una scelta narrativa discutibile, forse, ma non tale da compromettere l’efficacia complessiva di un racconto che punta tutto sull’energia, sul ritmo e sulla costruzione di un Mito. Maria Ianniciello

Maria Ianniciello
Maria Ianniciello

Giornalista. Divulgatrice culturale. Insegnante Avanzata di Mindfulness AMPT. Dottore Magistrale in Lettere dal 2005 (si è laureata con il massimo dei voti all'Università di Roma Tor Vergata), è giornalista pubblicista da un ventennio. Maria Ianniciello ha collaborato con testate della Campania e ha diretto dal 2010 al 2012, il free press XD Magazine. Nel 2008 ha fondato il portale culturaeculture.it, uno dei primi web-magazine indipendenti della Campania e una delle realtà più longeve In Italia della seconda ondata della blogosfera. Da gennaio 2024 sta proponendo in Campania esperienze culturali con sguardo Mindful nell'ambito del progetto Risveglia la tua essenza: conduce passeggiate, laboratori, percorsi di poesia e Mindfulness e tanto altro. Scrive la newsletter "Risveglia la tua essenza" che partendo dal territorio ha un respiro nazionale.

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