Mi sono commossa guardando Oceania, il live-action di Walt Disney, più di una volta. Thomas Kail ha saputo portare sul grande schermo una storia senza tempo, con attori e attrici in carne e ossa, che non mi hanno fatto rimpiangere i due precedenti film d’animazione. A interpretare Vaiana adolescente è Catherine Laga’aia, che conferisce credibilità e pathos al suo personaggio.
Vaiana cresce sull’isola di Motunui, con il divieto di avventurarsi oltre il reef, la barriera corallina. Suo padre, in qualità di capo del villaggio, ha stabilito questa ferrea regola per proteggere il suo popolo dai pericoli del mare. La nonna Tala custodisce tradizioni e memorie che, prima di morire, tramanda alla nipote.
L’isola, purtroppo, sta attraversando un periodo di carestia, che inaridisce ogni cosa. Mille anni prima Maui, un semidio interpretato da Dwayne Johnson, ha rubato il cuore alla dea Te Fiti, che si è trasformata così in un mostro di lava e cenere.
È giunto il tempo di ridare a Te Fiti il proprio cuore. Vaiana dovrà trovare il semidio e convincerlo non solo ad affrontare il viaggio, ma anche a restituire alla dea ciò che le appartiene. La ragazza si avventura in mare aperto e, tra mille peripezie, ritrova Maui.
Con la leggerezza di un film che trae origine dal cinema d’animazione, Oceania offre più spunti di riflessione.
Vaiana rappresenta innanzitutto l’archetipo della fanciulla/fanciullo che deve oltrepassare lo spazio conosciuto per portare a termine una missione che ha un valore collettivo, facendo emergere il coraggio e, insieme, l’umiltà di chi sa che da solo non può andare troppo lontano. Dovrà allontanarsi da casa e attraversare le onde per salvare l’isola e il proprio popolo.
Il film è un piccolo monito per l’umanità: derubando la terra del proprio cuore, in realtà distruggiamo noi stessi. Maria Ianniciello




