MALFORMAZIONE ROCCIOSA
9 febbraio 2013
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MALFORMAZIONE ROCCIOSA

Parte con il racconto di viaggio “Malformazione rocciosa” dello scrittore Lorenzo Spurio una nuova iniziativa “Il tuo racconto di viaggio” dedicata alla letteratura di viaggio e a tutti gli scrittori, esordienti e non, che si dedicato a questo genere letterario. Partecipare è semplice: basta inviare il manoscritto in formato word – che non deve superare le 6.500 battute, spazi inclusi – a info@culturaeculture.it. I testi saranno esaminati dalla redazione e solo se ritenuti idonei saranno pubblicati.  Vi aspettiamo numerosi e nel frattempo buona lettura con il viaggio di Lorenzo Spurio...

 

MALFORMAZIONE ROCCIOSA

Tutto è imperfetto, non c’è tramonto così bello da non poterlo essere di più, o brezza lieve che invita al sonno che non possa favorire un sonno ancora più sereno.

(Fernando Pessoa, Il libro dell’inquietudine, 1982)

 

Duomo di Fermo @Lorenzo Spurio

Duomo di Fermo @Lorenzo Spurio

Chiesi a un uomo che stava facendo footing dove si trovasse la Cattedrale. Mi rispose dicendo che dovevo percorrere una stradina in salita a destra, proprio dove la Piazza del Popolo terminava. Lì avrei trovato il Duomo. Seguii il suo consiglio e m’incamminai verso quella salita. Nel mentre, riflettei sul fatto che la gente del posto si riferiva alla cattedrale con la più breve parola di Duomo e la cosa mi fece sorridere perché anche nella mia città era così. Nel mio Comune, addirittura, per derivazione dialettale, la parola si accorciava ulteriormente e diventava “Domo” che, avendo perduto una vocale in dittongo, faceva sì che anche il suono della parola si rafforzasse. Camminai. I mie mocassini scamosciati ormai non più nuovi sfregavano ripetutamente ad ogni movimento ritmico che facevo muovendomi con i talloni che velocemente avevano preso a prudere. Lo stesso era accaduto un anno prima durante la settimana d’Agosto trascorsa con i miei in Sicilia. In quel caso i mocassini erano nuovi fiammanti e avevo ricondotto quel problema proprio a quella ragione, poi si erano ammorbiditi e il problema era andato via completamente. Fui sorpreso per un attimo di provare la stessa sensazione di quando camminai negli strettissimi corridoi tra le vasche delle saline a Paceco e per le scoscese viuzze di Erice. Mi guardai attorno per capire se per caso si fosse sviluppato un “viaggio nel tempo” senza che me ne fossi accorto. Bastarono pochi secondi per riportarmi alla realtà quando vidi la bandiera con il picchio che svolazzava da un edificio lì vicino. Fu un percorso abbastanza faticoso tenendo in considerazione che in quei giorni il termometro sfiorava i quaranta gradi. Alla fine della strada notai un monumento che mi parve abbastanza recente costituito da una statua di un certo San Savino, il patrono della città. Altri pochi metri e vidi in lontananza la parte alta del campanile della cattedrale, occultata tra i rami di massicce piante sempreverdi. Finalmente ero arrivato.

La facciata della cattedrale, pur maestosa con i suoi rimandi gotici, aveva un’anomalia. Avvicinandosi ad essa, infatti, era possibile vedere che per un qualche motivo, forse la mancanza di materiale o forse per velocizzare la sua costruzione, aveva un aspetto asimmetrico. Il rosone, sistema architettonico comunemente al centro della facciata, si trovava, invece, leggermente spostato verso sinistra. Tra il campanile e la cattedrale, infatti, sembrava mancare una fetta verticale di struttura e il campanile occupava direttamente lo spazio che avrebbe dovuto essere della navata laterale sinistra. Come risultato, il culmine della cattedrale, ossia la posizione nella quale si trovava la croce di ferro, non corrispondeva alla cuspide del portale né al centro del rosone. Quella mancanza di regolarità m’infastidì un poco, perché era veramente un peccato che una chiesa come quella presentasse quel difetto. Ci perdeva parecchio. Tutti, pur dandogli una guardata veloce, erano capaci di rendersene conto.

Nell’ampio piazzale intorno alla cattedrale c’erano vari turisti per lo più tedeschi tutti sporti per godere della bella vista sulla campagna sottostante e in lontananza la riviera Adriatica. Il mare sembrava una massa compatta colore verde chiaro anche se più ci si allontanava dalla costa, più la colorazione si faceva scura. Guardai i crucchi scattare qualche foto, tutti eccitati da quella vista a loro inedita. La bambina più piccola intanto, con le mani completamente imbrattate del cornetto che stava mangiando, cercava di pulirsi sfregandosi le palme un po’ sul vestito giallo canarino, un po’ sulla panca di legno dove i genitori l’avevano messa. Guardai quella scena stanco e demotivato.

Non stetti molto a guardare il mare in lontananza sebbene il colpo d’occhio fosse abbastanza esaltante e me ne andai in uno di quei baretti a prendere qualcosa di fresco da bere. Presi una lattina di Coca Cola. L’andai a bere sedendomi su una panchina di marmo che era più bassa di quelle comuni, proprio dinanzi alla facciata di Santa Maria Assunta in Cielo. Appena arrivato, avevo avuto modo di leggere un pannello turistico nel quale si diceva che la facciata era in pietra d’Istria e, nello stesso, avevo notato che la cattedrale non avrebbe riaperto al pubblico prima delle quattro del pomeriggio. Era appena passata l’una e di certo non avrei potuto aspettare tutte quelle ore per vedere l’interno.

Terminai la bevanda in un battibaleno tanto che sentii salirmi alla trachea e poi al naso un’effervescenza fastidiosa dovuta al gas della Coca Cola, che sprigionai con un sonoro starnuto. Scattai una foto col cellulare per immortalare quella deficienza nella pietra che mi produceva un misto di sensazioni: compassione, ribrezzo e fastidio. Quando me ne andai, da lontano vidi che i tedeschi non si erano mossi di molto e che tra marito e moglie stavano scattandosi foto con le posture più strambe. Niente di osceno, visto il luogo sacro.

©Lorenzo Spurio - Duomo di Fermo - facciata

©Lorenzo Spurio – Duomo di Fermo – facciata

Riconsiderando l’immagine di quella cattedrale, mi venne da pensare – idea banale, forse addirittura insignificante- che proprio perché l’uomo è un essere tendente alla perfezione gravato dal limite di non poter giungere mai a essa, allora anche ogni suo prodotto, ogni sua attività, ogni manufatto che esce dalle sue mani, così come dalla sua mente, è immancabilmente dotato di macchie, di deficienze, di errori. Proprio come la fetta mancante della Cattedrale che di sicuro, storicamente avrà avuto una qualche spiegazione. Non avevo scoperto niente di nuovo, è certo. Me ne andai via pronunciando a bassa voce una citazione del grande portoghese che mi era saltata alla mente. Una donna che sembrava un uomo e che indossava degli insulsi infradito blu con lustrini nella speranza di ricevere una parvenza di femminilità, mi guardò con disprezzo. Non me ne curai e presi a scendere per la via.

  • Il Duomo del quale si parla, è quello di Fermo (v. foto)

Lorenzo Spurio

 

Jesi, 20 Agosto 2012

 

 

 

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