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Premio Strega: La ferocia, trama e recensione

la-ferocia-trama-recensione-premio-stregaLa Ferocia di Nicola Lagioia (Einaudi) è il libro che, con ben 145 voti, ha conquistato il 69esimo Premio Strega sbaragliando La sposa di Mauro Covacich e Storia della bambina perduta della misteriosissima Elena Ferrante, giunti rispettivamente al secondo e al terzo posto del famoso podio letterario. Il romanzo dello scrittore pugliese narra la storia di Clara, ragazza morta sin dalle prime pagine del romanzo, attraverso le tante voci, i ricordi e i pensieri di coloro che l’hanno profondamente conosciuta e di chi l’ha semplicemente posseduta. La protagonista è dunque già morta sin dall’esordio del racconto, eppure rivive, potente, in ogni pagina divorata dal lettore; “Clara è magnetica. Illumina le stanze in cui entra o le oscura, a seconda della tempesta che l’accompagna”, perché Clara è come un uragano, una forza, l’unica che fu in grado di salvare Michele, il fratellastro di lei, nato, nel bel mezzo del matrimonio dei suoi, dall’amore profano tra suo padre e un’altra donna, Micaela, morta subito dopo il parto. Ed è proprio intorno a questo rapporto fraterno, morboso, indissolubile nel tempo nonostante le apparenze, che ruota l’intero romanzo. Flashback, vorticosi intrecci di passato e presente, allucinazioni e immagini simboliche e reiterate, fanno di questo libro un avvincente romanzo noir, un misterioso intrigo familiare pervaso da un sentimento possente, che racconta la storia struggente di una ragazza apparentemente suicida e di quella della sua famiglia radicata intimamente in una realtà che ci appartiene, una realtà che ogni giorno ci sfiora, seppure inconsapevolmente. Ne La Ferocia di Nicola Lagioia infatti il profondo abisso del potere e della corruzione rimbomba gravemente nell’intreccio delle azioni che prendono vita sul palcoscenico meraviglioso, e allo stesso tempo spaventoso, del profondo Sud, quello di Bari e della Puglia. Il padre di Clara e Michele, Vittorio, opera nella Salvemini Edilizia, un’azienda che deturpa paesaggi, corrompe alte cariche e danneggia la salute altrui senza scrupoli e per il proprio profitto. Una volta ultimato l’intricato puzzle di voci, è poi all’improvviso tutto chiaro al lettore che, dopo aver conosciuto il volto umano di Clara e poi quello notturno, tenebroso fatto di droga e facili costumi, risolve il fitto enigma della morte della ragazza sbalordendosi per la ferocia dei potenti. Michele adolescente si perde nei campi d’estate facendo “l’incredibile esperienza di passare dalla realtà sensibile al suo ripensamento” mentre la sorella Clara, l’unico membro della famiglia a non escluderlo, “s’intrufola nella stanza di suo fratello come fosse la casa nell’albero”. Ruggero, il fratello maggiore, sempre assente, rapito dalle sudate carte, diventerà un medico affermato, Gioia, la sorella più piccola, sarà di continuo alle prese con i diamanti e la banalità, e Annamaria, la moglie di Vittorio Salvemini, non smetterà mai di essere una donna rigida, conformista e ostile a Michele, considerato come la pecora nera della famiglia, frutto del tradimento di suo marito. Nessuno tra loro accetterà fino in fondo Michele ad eccezione di Clara che aveva avvertito “un oltraggio, un crimine per il quale c’era bisogno di una compensazione”. Eppure Michele fu costretto da Vittorio e Annamaria a partire e fu sottoposto a delle cure psichiatriche che lo avrebbero allontanato dalla sorella. “Clara sentiva che Michele avrebbe srotolato mentalmente la missiva, le avrebbe dato voce. Allora lei capiva fino in fondo. Si ricordava di essere un fantasma, e non avrebbe avuto pace fino a quando le cose non fossero tornate a posto” e così fu, Clara morì e Michele rovistò negli impolverati scheletri che la ragazza aveva lasciato nell’armadio, chiese, parlò, corse, ricercò nelle parole altrui, scavò nel proprio dolore ulteriormente acceso dalle recriminazioni di Alberto, marito di Clara, assente e incomprensibile nell’accettazione. La cocaina, le serate trascorse negli hotel di lusso con uomini più vecchi di lei e potenti, la violenza, la morte. Michele non si arrese e comprese, Michele non gettò la spugna e andò a fondo conficcando senza paura il suo tagliente risentimento nell’odiosa macchina del fango; “Michele stava zitto. Il cielo sulle loro teste era una lastra di turchese e Clara lo aveva abbandonato. Era accaduto in questo modo. Aveva mollato la presa su di lui. Lo aveva lasciato solo al mondo. Libero per sempre”. La forte dimensione del ricordo inebria e fa luce, si palesa permettendo di entrare nell’intimità dei personaggi, nella loro sofferenza, nelle loro lacrime e nel loro sudore. Per gli uomini che la usavano Clara rappresentava “un corpo svuotato dai ricordi. Bianca come la cera, simile alle figure di certi quadri in cui il massimo della familiarità diventa il massimo della stranezza già a un secondo sguardo”, per Michele Clara era profonda e risolutrice. Michele senza certezze in una vita a Roma senza un salario fisso, con qualche articolo scritto qua e là e una gatta che gli fa compagnia, diviene infine libero nella scelta di andare contro la sua famiglia, simbolo della borghesia mafiosa e usurpatrice, per rivendicare se stesso e la sorella morta. Ne La Ferocia di Nicola Lagioia si entra in empatia con Clara e Michele, vividi nel ricordo, e si partecipa al dolore che nell’ultimo atto diventa catarsi. Voto: (4 / 5)

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Autore dell'articolo: Elisabetta Severino

Elisabetta Severino
Elisabetta Severino, originaria di Lecce e bolognese d’adozione, ha studiato Lettere Moderne per seguire le sue più grandi passioni: la letteratura e la scrittura. Ha collaborato con diverse redazioni e radio e attualmente lavora come Ufficio Stampa in un teatro, ambiente vivo e stimolante. Dopo aver vissuto a 360° l’esperienza dell’Erasmus in Francia durante il periodo universitario non ha mai smesso di viaggiare curiosando qua e là per l’Europa e oltre i suoi confini. La città in cui non si stanca mai di ritornare? Parigi!

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