Fantozzi: iconica figura burlesca del cinema italiano

fantozziFantozzi, il ritorno. No, non è il nono capitolo della serie del ragionier Ugo Fantozzi o “Fantocci”, che dir si voglia, ma la notizia della gustosissima rentrée in tutti i cinema dei due classici di Luciano Salce che hanno cambiato il volto della commedia all’italiana: Fantozzi e Il secondo tragico Fantozzi, restaurate in 2K grazie alla Eagle Pictures.

La commedia all’italiana ha sempre avuto tanti volti, uno per ogni umore che, dell’Italia “misera e nobile”, avrebbe dovuto rappresentare anima e corpo, la maschera e il suo rovescio. Quelli di Alberto Sordi e Ugo Tognazzi, ad esempio, caratteristi da avanspettacolo capaci di trasformare anche gli umori più grevi in risata plateale o quella di Paolo Villaggio, ideatore delle performance comiche nel programma tv Quelli della domenica che poi si riversarono nelle gag di un impiegato maldestro e pasticcione pubblicate sull’Europeo.

Dopo l’uscita nel 1971 del primo di una longeva serie di volumi “monologanti” di grande successo, Luciano Salce trasferisce sul grande schermo (la prima fu il 27 marzo del 1975) le avventure mirabolanti, comiche e grossolane del ragioniere più amato dagli italiani: Ugo Fantozzi, dell’Ufficio Sinistri, segni particolari: tutti. Non c’è, infatti, nulla che passi inosservato nella figura goffa dell’inetto creato da Paolo Villaggio e da lui stesso calzato in ben dieci film. Partorito nel rivoluzionario 1968, il mito di Fantozzi ha presto contagiato cinema, spettacolo e televisione, portando alla ribalta un nuovo lessico e rimpolpando l’immaginario della commedia all’italiana di nuove suggestioni e sketch in una irresistibile satira della realtà contemporanea.

fantozzi-2 Uno dei punti focali all’origine della mitologia “impiegatizia” nazionalpopolare del personaggio risiede infatti nella capacità quasi mimetica e antropologica di rappresentare insieme la realtà “vera” di un periodo vissuto e quella fumettistica che ingigantisce, tramite le mille caricature e le mille maschere, la risata fino a farla divenire puro scherno trasudante sofferenza. Tutto origina dalla letteratura – da quella “quotidianista” dell’Europeo fino ai volumi scritti da Paolo Villaggio per Rizzoli, a partire dal 1971 – per poi trasferirsi, attraverso l’analisi empirica dell’esperienza vissuta in prima persona, nelle immagini dei film. Paolo Villaggio ripercorre il “vaudeville” dei saltimbanchi dietro la scrivania dopo aver lavorato all’Italsider di Genova. Qui poté conoscere e studiare, un po’ come il Mario Bava “entomologo” di Reazione a catena, ma con esiti diversi, usi e costumi di un’ipocrita Italietta, nella dialettica servo-padrone di hegeliana memoria, tra diritti negati e schiavismo imperante. Paolo Villaggio pensatore, filosofo e acuto osservatore della realtà circostante, poi mattatore e giullare a sua volta per ridere con un velo di tristezza, insieme a milioni di spettatori, di un Paese dalle mille contraddizioni che fanno a gare con le idiosincrasie del patetico impiegato (e uomo) medio. È tutto un “eterno ritorno” nel bel Paese degli anni Sessanta e Settanta in cui “posto fisso” significava vessazione quotidiana e insoddisfazione perenne. L’altra vera e propria rivoluzione apportata da Fantozzi, numero di matricola (cartellino timbrato spesso con la lingua o dopo una lunga maratona a cui presenziano anche gli altri colleghi) 7820/8 bis, è quella di aver ricondotto luoghi comuni e cliché dell’epoca ad una coralità spassosa di comprimari da operetta.

fantozzi-ugoIl “circus Villaggio” ospita una pressoché infinita gamma di personaggi assortiti che vanno dal maldestro ragionier Filini, a cui si deve la gag immortale del congiuntivo – “batti”? dice l’ometto semicieco con occhiali tipo fondo di bottiglia e Ugo risponde contrito: “mi da del tu?”; la contro risposta è illuminante: “No, dicevo batti lei?” – fino al villain narciso e furbetto interpretato da Giuseppe Anatrelli, il Geometra Calboni. In mezzo troviamo una “varia umanità” di servi e padroni che ha debiti persino con i racconti del fantastico italiano, tanto è pervasa da straniamento kafkiano e bizzarrie assortite.

Basti pensare ad Anna Mazzamauro, che veste i panni rachitici dell’ossuta signorina Silvani, sogno d’amor perduto del ragioniere contesa dal “playboy” della situazione, il geometra coi baffi neri. Per Fantozzi la vita intera è lotta, perché non è preso di mira solo dalla cattiva sorte – pensiamo alla nuvola da impiegato che lo segue dappertutto – ma è quella piccola parte di mondo in cui vive che lo prende sistematicamente a calci nelle terga. E qui entra in gioco anche lo slapstick che, unito a una gestualità eccessiva, avvicina la caricatura del lavoratore alle pantomime di Buster Keaton e Charlie Chaplin, anche nella fase malinconica in cui al riso subentra l’amarezza del vinto, dello sconfitto. Dita che si gonfiano come salami, boccette di profumo usate come collutorio, pugni, calci e qualsiasi altro esempio grossolano di violenza “animata” fanno di Fantozzi un vero e proprio cartoon a cui ne capitano di tutti i colori. Mai prima di allora tutto ciò che veniva etichettato come grossolano e pecoreccio, acquista un senso profondo, a tratti malinconico, nella rappresentazione esasperata di una continua tragicommedia degli equivoci. La comicità fantozziana ha netti rimandi all’universo caricaturale del mondo letterario e in effetti, proprio da lì proviene. Prendendo a prestito la nozione di umorismo pirandelliana, è come se, gli innumerevoli “strappi” capitati al protagonista – il perdente per antonomasia – si cumulassero in una sorta di coazione a ripetere in grado di generare un sentimento che da un lato ci spinge a immedesimarci nelle sue sconfitte, dall’altro erige una barriera “deformante” che ci allontana in forza dell’enfasi burlesca degli accadimenti. Riletta in chiave cialtrona e picaresca insieme, la comicità dell’impiegato diventa un’arma funambolica che fa cadere tutto quello che è il modello umano “provinciale”, quello piccolo borghese che segue pedissequamente la regola del servilismo pilotato, o ancora il prototipo dell’uomo medio bigotto e misogino con moglie racchia e figlia inguardabile a carico.

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Come nelle migliori satire non manca, inoltre, il riferimento puntuale al sistema politico di riferimento, in questo caso espressione del disagio “schiavista” che costringe ogni lavoratore ad annegare nei debiti e talvolta ad annaspare nell’acquario vivente del mega direttore galattico.

ugo-fantozziIl mondo creato da Paolo Villaggio è simile a una costellazione di tipologie umane che vengono sbeffeggiate e messe alla berlina, un sistema corale in cui le voci del debole e dello sconfitto si confondono con quelle di padroni assoluti simili a dittatori sanguinari. Forse, ciò che rende Fantozzi straordinariamente attuale negli anni in cui fa la sua comparsa, è proprio il contesto storico-culturale di un Paese che si presta alla deformità caricaturale del giullare Villaggio. Coacervo indistinto di capi subdoli, nobili decaduti e aristocratici da operetta, la classe “alta” si divide in caste feudali rigidissime al punto che, per scavalcarle non basterebbe nemmeno il “salto mortale” sugli sci del ragioniere. Nei primi due film della saga Fantozzi e Il secondo tragico Fantozzi di Luciano Salce risiede la formula per un successo che non sarà più replicato dagli episodi successivi che trasformano il suo grottesco disincanto in una proliferazione di gag in cui scompare la satira e rimane solo la caricatura.

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Autore dell'articolo: Vincenzo Palermo

Vincenzo Palermo
Nato a Catanzaro, si laurea in Lettere moderne a Bologna, con tesi sul Decameron fantastico. Grande appassionato di cinema e letterature medievali, collabora con portali e siti di critica cinematografica, dedicandosi alla scrittura di recensioni e articoli di approfondimento tematico. Campi di interesse: classici del muto, grandi autori europei, New Hollywood e tendenze sperimentali del cinema moderno.

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