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Dottor Jekyll o Mister Hyde?

nella foto Spencer Tracy nel ruolo del dr Jekyll e di Mr. Hyde
nella foto Spencer Tracy nel ruolo del dr Jekyll e di Mr. Hyde

Il doppio o l’altro – termini ai quali siamo abituati da decenni – sono entità riconducibili al sé,  in grado di affascinare più che spaventare. Venuti  fuori non certo dal delirio di imperfette coscienze, ma da una raffinata conquista di complessità da parte della coscienza stessa, si esibiscono volentieri nell’arte ma anche nelle aule di tribunale, seminando ambiguità e controsensi. Certamente poche persone vorrebbero convivere col famoso Mister Hyde, in grado di espropriare territori e ambiti dell’io.

         La vastità delle esplorazioni effettuate dalle neuroscienze sul cervello, mentre alimentano le speranze di allargare i confini dell’io finora conosciuti, infliggono colpi bassi di frustrazione all’ego, quando mettono in dubbio il libero arbitrio.

        Ma l’ego, non più cartesiano, dove è collocato?

Siamo abituati, forse per non sentirci troppo coinvolti dalle modalità con cui essa esplica i suoi processi, a chiamare carne il nostro corpo. Gli artisti rivendicano, all’origine dell’opera, la sua incarnazione nel proprio sé, come se essa non solo fosse viva, ma venisse impregnata da pulsioni ed emozioni inconsapevoli.

         Ma se la carne  è la cassa di risonanza delle emozioni, messaggera di infinite modulazioni del sentire personale, impossibili da trasmettere ad altri, se non schiacciandole in descrizioni imperfette che ne distruggerebbero l’essenza, essa è pure la linea di confine scritta in maniera assoluta dalla natura nel proprio corpo. E’ a quest’ultimo che è delegato il compito di comunicare al mondo tale confine. Esso scolpisce in forma la carne, assegnandole una certa quantità di spazio all’interno di un unico schema spazio- temporale: il nostro mondo. Ma è proprio in tale contesto che il mio corpo incontra altri corpi.

                Qui nascono dialettica e compromesso, ma anche il senso etico.

Gli eventi mentali, poi, a chi vanno attribuiti? Ne è sempre depositario e origine il corpo, unità emersa dal superamento di antichi dualismi. E se questi dovessero rinascere, ciò avverrebbe attraverso percorsi assolutamente nuovi.

                La dialettica interna al concetto dell’io era conosciuta anche nella cultura latina, che lo definiva con due termini:  ipse e idem. In pratica, se a un appuntamento andrò io, io in persona, vi andrò come ipse; se una persona vuole conoscermi,  conoscere proprio me, conoscerà me in quanto ipse; se i valori in cui credo diventano stabili e permanenti,  ciò rafforza il mio ipse. Viceversa, se io sono la persona che ama viaggiare, e poi essere legata al proprio territorio, e poi giocare a tennis e poi dipingere…  sono una persona aperta a molte disposizioni che fanno di me un idem, attribuendomi una medesimezza, attraverso le variazioni di gusto, di carattere, di abitudini ed altro. Inoltre, è la medesima cosa quella che pesa sessanta chili e che ha questo o quel pensiero. Gli eventi mentali, sia che appartengano a me, sia ad altri, conservano il medesimo senso.

                 Emerge, da queste riflessioni, non solo la struttura composita dell’io, ma la sua estroflessione verso l’altro che ne condivide la medesimezza. Il pensiero va alle popolazioni e alle persone di ogni paese escluse dal rispetto umano, che perdurano, per motivi antropologici, per le insensatezze del potere e per sopraffazioni ancestrali,  scritte nella memoria personale, in condizioni di vita disumane e di sottomissione. E’ possibile condividere una medesimezza con assassini e dittatori? Non sarebbe opportuno pesare l’anima? La scienza forse nel futuro ci offrirà ulteriori categorie di differenziazione per garantirci una distanza non solo etica dalla disumanità

              Continua il discorso della scienza   che attribuisce al corpo fisicità e coscienza, ma aggiunge anche che quest’ultima si potrebbe estendere al di fuori del singolo cervello, in un intreccio reticolare che ci accomuna. Secondo questa idea, la condivisione di interessi e affetti non unisce tra loro solo le anime gemelle, ma suggerisce che perfino i tre mondi – umano, vegetale e animale –      potrebbero  appartenere a questa rete invisibile ma vera, alla quale oggi manca un nome.

Sembrerebbe nata dall’immaginazione, non dalla scienza, l’idea che nel creato possano esistere processi di reciprocità ai quali ci siamo disabituati da tempo. La speranza di ritrovare la parola ‘animo’ e di ridarle un senso mi fa pensare con assurda nostalgia al magico sentimento religioso degli uomini della preistoria. Le loro credenze nella fluidità, come passaggio da un mondo naturale a un altro, e nella permeabilità, posseduta da alcuni uomini particolari, in grado di essere visitati dagli spiriti soprannaturali, ci sono state tramandate attraverso l’arte murale ritrovata in alcune grotte, distanti tra loro geograficamente. Comprendiamo,  grazie all’ ‘animo’  dei nostri antenati, che la comunicazione, attraverso il linguaggio e le modalità superiori dell’arte, contribuisce a spostare l’uomo, dall’adattamento all’ambiente, alla riappropriazione di tutto ciò che è umano e spirituale.

                L’altro non è solo nell’io, ma anche al di fuori. Il rapporto dell’io con il mondo umano si fonda sull’impegno etico.

                L’apertura del pensiero, dalla quale nasce la relazione, accoglie anche il passato nell’io, dove il tempo rinasce, per diventare, anch’esso, un possibile alter ego. Ma l’umano è tale se, da un territorio appena esplorato, esplode un viaggio rapidissimo verso ciò che era stato escluso.

Pina Arfè

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Pina Arfè napoletana, vive a Benevento. Congiunge l’impegno di artista (pittura, fotografia, video) a riflessioni teoriche su questioni di estetica e di psicoanalisi. Ha pubblicato vari libri, tra cui La casa del vento (Napoli, Guida Editore) e L’attimo che avviene e che diviene (Firenze, Maremmi Editore). Il suo lavoro sul rapporto tra arte e pensiero privilegia attualmente anche l’espressione poetica e la forma narrativa.

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