Avevo in mente di dedicare il numero scorso della mia newsletter al tema dell’inclusione sociale, ma altre osservazioni mi hanno dirottata verso un altro argomento. Quando però ho visto il film I figli della scimmia al cinema, ho ripensato a quella tematica e a quanto alcune parole spesso siano vuote perché non nascono da un reale sentimento associato.
Il lungometraggio di Tommaso Landucci affronta solo marginalmente il tema dell’inclusione sociale: non strizza l’occhio a opere come Wonder, né ci riporta in un contesto di una paternità delegittimata come Io mi chiamo Sam. Eppure il film mi ha fatto pensare a quanto sia importante non chiudersi in pregiudizi e paure, soprattutto quando ci si trova di fronte ad una persona diversamente abile.
Recensione de I figli della scimmia
Dario, interpretato da un magistrale Riccardo Scamarcio, sembra essere un padre presente. Suo figlio Enrico (Andrea Aggio) ha una grave disabilità: non parla, non cammina, non muove bene le mani, ma ha degli occhi molto espressivi, con i quali riesce a comunicare.
Dario lo accudisce, insieme alla moglie, lavora col fratello Roberto ed è affezionato al nipote, nel quale vede le capacità che suo figlio non ha, tanto da volerlo guidare verso il suo sport preferito da ragazzo. Così facendo però non si accorge – almeno inizialmente – che sta creando una distanza tra sé ed Enrico e che sta facendo da padre al nipote ricoprendo un ruolo che non potrà mai essere il suo.
I figli della scimmia è un film intenso che si avvale dell’ottima prova attoriale di Riccardo Scamarcio. L’attore, attraverso il corpo, riesce ad esprimere con una precisione millimetrica ciò che prova il suo personaggio. Troppe parole qui non servono, perché sarebbero solo di intralcio. La mimica facciale e lo sguardo di Scamarcio sovrastano lo schermo restituendo allo spettatore e alla spettatrice il dolore di un padre che avrebbe desiderato poter vedere il proprio figlio correre e che, strada facendo, si accorge che i figli spesso deludono le attese dei padri.
Non è una pellicola sull’accettazione, né sul sacrificio, è un potente spaccato sull’amore per la vita che diamo, a prescindere dalle abilità o disabilità di quella vita. Il formato 4:3 elimina le distrazioni dello sfondo per farci concentrare sui volti e sulle espressioni sia di Scamarcio che del figlio Enrico, con i quali riusciamo ad entrare in empatia.
I figli della scimmia – pluripremiato alla Mostra del Cinema di Venezia – è un film che non ti aspetti, perché con delicatezza tratta il tema della paternità e insieme della disabilità. In fondo – mi sono detta uscendo dalla sala – il vero padre è colui che accoglie le debolezze del figlio proprio quando riconosce e accetta le proprie. Maria Ianniciello




