“Mamma, perché abbiamo paura?”. Ripenso alla frase di mio figlio mentre esco dalla sala cinematografica, dopo aver visto L’estranea, il nuovo film di Paolo Strippoli.
“Possiamo aver paura per tanti motivi, alcuni di questi sono reali, come quando ci troviamo di fronte a un animale pericoloso, altri sono solo nella nostra testa. Distinguerli non è facile, ma si può riuscire con la pratica”. Questa la risposta che diedi a mio figlio.
Anna (Jasmine Trinca) è il personaggio simbolo de L’estranea. E’ una madre di due figli belli e talentuosi – Alice e Tobia – e gestisce insieme al marito (Adriano Giannini) una boutique di Bari molto ambita. Ha soldi, successo, fama. Ma un imprevisto sta per rompere il suo equilibrio.
Il simbolo di questa apparente armonia è una fotografia in cui la famiglia Colonna è al completo e si mostra sorridente proprio all’apice della sua scalata sociale. Le emozioni associate al ricordo in cui la fotografia è stata scattata si fissa nella mente di Anna tanto da guidare ogni sua scelta.
Durante un fastoso ricevimento nella grande villa, dove la donna si è trasferita con la sua famiglia, la piccola Alice – che ha un futuro da attrice già scritto – viene azzannata dal suo cane. La bambina sta per perdere la gamba, ma – mentre Anna è nella chiesa dell’ospedale, ai piedi della Madonna – arriva l’estranea, interpretata da una inquietante Valeria Bruni Tedeschi. Una presenza demoniaca, con la quale Anna fa un patto: Alice non perderà la gamba, ma Tobia sarà destinato a ingrassare molto.
Mossa dalla paura e dalla volontà del controllo, Anna entra in un inferno che sembra non avere fine. Il film si sviluppa in un arco temporale che va dal 1999 al 2026, passando per i mondiali di calcio in Germania nel 2006, vinti dall’Italia. Ma a muovere la linea del tempo, avanti e indietro, è proprio la voce di Anna che racconta alla figlia diventata adulta (Maggiora Vergano) tutta la storia. Siamo nel 2026, in una Roma piovosa e grigia dove Alice si è trasferita per fare la costumista.
L’estranea è un film costruito in quattro episodi, non è un horror di ultima generazione. Mi sembra più un thriller psicologico che riesce destrutturare la famiglia borghese meridionale e con essa un certo cinema italiano.
Strippoli gira inoltre una pellicola che fa dell’acqua romana e del sole barese gli elementi cardini. Il sole riscalda, l’acqua trascina e porta via, eliminando il superfluo e le impurità che ingabbiano le generazioni, tra bisogni individuali e spinte collettive. I simboli (il sole, la chiesa dell’ospedale, la Madonna, la fotografia della famiglia felice, il bianco della festa) parlano di luce che senza la sua ombra è destinata a smarrire se stessa.
E allora perché abbiamo paura? Questa emozione atavica può renderci la vita davvero difficile quando opponiamo resistenza al cambiamento. Anna ha paura di fallire, perché teme il giudizio dell’esterno più di ogni altra cosa. Attenta alla forma, dimentica la sostanza. L’apparenza ha per lei più importanza dell’essenza. Anna inoltre considera ogni evento successivo all’incidente di Alice non casuale, bensì causale. E ne è lei l’artefice.
In chiave mindful, questo film può essere letto, dunque, come un’illuminante riflessione sulla mente che controlla, giudica, manipola. Da vedere. Maria Ianniciello




