Reyhaneh Jabbari, lettera alle donne

Nel 2007 una ragazza di soli diciannove anni si difende da un tentativo di stupro, accoltellando alle spalle l’uomo che ha tentato di abusare di lei. Al processo il giudice non le crede e la giovane viene condannata a morte appena due anni dopo.

A nulla serve la mobilitazione mondiale, gli appelli di Amnesty International, la foto della ragazza sui social network e gli appelli a essa collegati. Neppure la denuncia, da parte della famiglia, di irregolarità durante lo svolgimento del procedimento penale, da molti giudicato sommario e lacunoso.

Nessuno crede alle parole di una giovane donna, nessuno le riconosce la legittima difesa.

Il tribunale, infatti, ritiene si sia trattato di omicidio premeditato, ma molte domande e dubbi sono ancora da sciogliere ed è probabile che, ormai, non ci sia più l’interesse a farlo.

Così l’iraniana Reyhaneh Jabbari viene impiccata, quasi una settimana fa, all’alba del 25 ottobre, a soli 26 anni. Se avesse chiesto perdono alla famiglia dell’uomo ucciso, l’ex membro dell’Intelligence iraniana Morteza Abdolali Sarbandi, ritrattando la versione dei fatti dichiarata per anni, avrebbe avuto una possibilità di salvarsi, ma la ragazza ha sempre rifiutato con fermezza questa possibilità.

Secondo le indiscrezioni sarebbe stato proprio il figlio di Sarbandi a togliere lo sgabello da sotto i piedi di Reyhaneh, rendendola, di fatto, la 382esima vittima della pena capitale in Iran dal giugno 2013, ovvero dal momento in cui Hassan Rohani è diventato Presidente.

Si può scrivere un testamento e morire a soli 26 anni? E’ lecito che una donna muoia, ancora oggi, a causa delle azioni di un uomo? Per quale ragione agli uomini viene concessa una libertà e un’assenza di limiti morali e umani che alle donne non viene mai concessa?

Queste domande non riguardano solo l’Iran e la vicenda di Reyhaneh, ma tutto il mondo e tutti i casi di ragazze o donne adulte maltrattate fisicamente e psicologicamente, uccise e soffocate dall’indifferenza.

Sì, perché Reyhaneh e tante altre come lei muoiono stritolate da una corda vera, tangibile e un’altra, più sottile ma ugualmente letale: la noncuranza.

Quante volte leggiamo o vediamo in televisione casi di donne calpestate nel corpo e nell’anima, spesso non credute, allontanate, infamate, proprio come è successo alla giovane iraniana? Guardiamo, osserviamo, l’indignazione ci pervade l’anima, ma non facciamo nulla.

Non possiamo, del resto, perché in vicende come queste il singolo non basta, occorre essere una marea che risponde, che difende un essere umano in nome della giustizia e al di là di differenze religiose o etniche.

L’Occidente fa fatica a muoversi dietro le catene della paura e dell’indifferenza, sebbene molte sue “parti” tentino ogni giorno di liberarsene.

E’ vero, siamo presi dai nostri gravi problemi, intrappolati alla ricerca di possibili soluzioni, compressi nei nostri piccoli spazi vitali e con mille piccoli e grandi guai da affrontare ogni giorno.

La civiltà, però, passa anche dal rispetto e dall’attenzione verso chi è più debole, chi si trova in una situazione difficile, in cui sembra non ci sia alcuna via d’uscita.

Vi lascio con la citazione integrale della lettera vocale di addio lasciata da Reyhaneh a sua madre e riportata dal Corriere. Parole dure, che esprimono rassegnazione e, nello stesso tempo, voglia di vivere, odio e amore, condanna e rifiuto.

Sono frasi che ci mettono di fronte alla nostra natura umana, piccola e imperfetta e nessuno vorrebbe mai pronunciarle con l’intensità di chi sente la propria vita arrivata al capolinea.

Se non sappiamo più vivere e ascoltare il mondo intorno a noi, cosa ci rimane? Un elenco di cose da fare e da risolvere?

A Reyhaneh non è stato consentito di portare a termine questa lista.

 La lettera di Reyhaneh Jabbari

Francesca Rossi

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