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Baia con Rovine di Salvator Rosa

   Incredibile: Da Raffaello a Schiele, la grande Mostra di questi giorni al Palazzo Reale di Milano, non aveva fila al botteghino. Selettivo al massimo, ero andato all’apertura per analizzare una ignorata tela di Salvator Rosa. Così, vi ho potuto sostare a lungo davanti, dopo aver dato rapide occhiate a notissimi capolavori di Leonardo e Raffaello, Tiziano e Velàzquez, Rubens, Van Dick, Rembrandt, Tiepolo, Canaletto, Goya, Manet, Cezanne, Van Gogh, Gauguin e di tanti altri fino a Egon Schiele. Mi interessava un dettaglio che mai avevo visto in originale, vale a dire un autoritratto del geniale artista napoletano, una figurina alta pochi centimetri al centro di un panorama marino. Scalzo su uno scoglio, in camicia bianca e giubba rossa, con la scatola di pennelli e colori sotto il braccio, Salvator Rosa chiede gesticolando un… passaggio in barca a un pescatore per andare chissà dove. I visitatori non vi si soffermavano, affascinati dalle altre opere arrivate dallo Szépmuvészeti Muzéum di Budapest.
Ogni mostra nasce da domande culturali a cui tenta di dar risposte secondo un tema. Questa no, è praticamente un nucleo del Museo ungherese in viaggio per l’Europa. La tappa milanese durerà fino al 7 febbraio 2016. Approfitto dell’assenza di un tema specifico per segnalare ai lettori di Cultura&Culture soltanto il gustoso autoritratto.
Pittore, incisore, poeta, attore, musicista, Salvator Rosa passa da secoli per un tipo strano, addirittura per un ‘peintre maudit’. Già nel Seicento circolava tra la plebe la voce che avesse composto la celebre Michelemmà per ironizzare sulla facilità con cui si ripetevano le incursioni saracene. Definita appunto “canzonetta del Signor don Salvator Rosa”, il suo testo assurdo è un’eco lontana di ricorrenti arrivi di musulmani da altre sponde del Mediterraneo:

È nata mmiez ’o mare, Michelemmà Michelemmà,
oje ‘na scarola, oje ‘na scarola.
Li Turche ce se vanno, Michelemmà Michelemmà,
a reposare, a reposare:
Chi pe’ lla cima e chi, Michelemmà Michelemmà,
pe’ lo struppone, pe’ lo struppone…

   Ma, a ben vedere, si trattava di uno dei tanti stimoli nati dalla nuova estetica del sublime e del pittoresco che Salvator Rosa, da uomo e da artista, diffuse nella Penisola da Napoli a Roma a Firenze con scene di battaglie, temi filosofici, ritratti. In tal modo penetrò soprattutto l’immaginario delle classi colte, che fin oltre l’Ottocento hanno amato arredare le proprie dimore con le sue opere.
Il dipinto della Mostra – Baia con rovine, olio su tela cm. 87 x 111, databile tra il 1640 e il 1643 – è firmato ROSA. Raffigura una insenatura evocante il litorale flegreo con un porto sovrastato da ruderi, velieri all’àncora, barche di pescatori al lavoro e persone pronte ad imbarcarsi. Nel minuscolo autoritratto la posa spavalda e l’ampio gesto del braccio richiamano alla mente il romantico spadaccino prigioniero sui monti d’Abruzzo descritto da Lady Sidney Morgan nella monografia The life and times of Salvator Rosa pubblicata a Londra nel 1824. Ma che l’artista fosse un bandito è una leggenda, anche se c’è sempre chi non manca di sottolineare che si decise a sposare Lucrezia, sua musa e madre dei suoi figli, soltanto due settimane prima di morire!

ELIO GALASSO

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