FOTO 1 E’  banale realtà esterna il vissuto quotidiano che fotografiamo con scatti senza possibilità di… riscatto. Esplorare in noi stessi interessa poco, anzi sapere chi siamo può far paura. Per fortuna, c’era una volta e c’è tuttora l’autoscatto, col quale il fotografo artista si isola, si avventura nel suo io senza paura, cominciando dal corpo, scendendo pericolosamente nell’ignoto. Soltanto lui sa che mistero e qualità di una foto non dipendono da ciò che sta di fronte all’obbiettivo ma dall’occhio, dalla mente di chi traguarda nel mirino. Con l’autoscatto l’artista fotografo si sdoppia, si pone da entrambi i lati della fotocamera, analizza gesti, posture e forme suoi personali, cerca la verità del suo esistere, quella che potrebbe perfino rifiutare. Mi ha richiamato a Perugia Il corpo solitario, titolo di una Rassegna densa di queste riflessioni e di corpi di maestri dell’autoritratto messi in scena dalle loro fotografie. Resterà aperta per tutto ottobre nel Museo di Palazzo della Penna.

         FOTO 2L’autoritratto fotografico è un settore esclusivo dell’arte contemporanea, raffinatissimo. Ma percezione di sé e autorappresentazione gli artisti le sperimentano da sempre. Nel chiedersi che cosa è il corpo, che cosa è l’identità, penetrano le ragioni e i modi delle trasformazioni che l’uomo e le cose attraversano durante la vita. Il loro è un mettersi a nudo, letteralmente. Del resto, fin dall’antichità il nudo è uno dei luoghi privilegiati dell’arte. E in questa mostra il corpo si fa protagonista, inerme o impudico, attraente o repellente, spogliato o mascherato, interprete di se stesso con tutte le possibilità che può offrire, esibito al di là della pura e semplice apparenza.

         La Mostra è una serie di ‘sé’ raccontati da chi sa gustare e far gustare anche l’ironia del rappresentarsi come stereotipo. Ma attenzione, qui il corpo diventa materia di ricerche formali del tutto nuove, che vanno al di là dei contenuti, e l’autoritratto è sottoposto a trucchi inattesi quando gli autori provano a sfuggire alla propria identità fisica mescolando verità e finzione per identificarsi in altro. Il travestimento permette la trasformazione del sé in una serie infinita di altri da sé, una sorta di gioco, per la meraviglia di trovare da qualche altra parte il vero se stesso.

         FOTO 6Molti di questi artisti hanno scelto di fotografarsi per dettagli, con oggetti simbolici, fanno denuncia o addirittura scandalo manipolando il corpo prima o dopo lo scatto, estraendone colori alieni, riconducendone la materia a labirinti mentali impensati. Non è un ritorno alla body art o alla denuncia sociale dei decenni trascorsi che scuoteva le coscienze e minava certezze ritenute immutabili: sono dichiarazioni di singole specificità di artisti. Altri hanno nascosto del tutto il corpo o ne hanno lasciato pochi indizi, una frantumazione che allude alla sua precarietà, alla impossibilità di poterlo fotografare per l’eternità, alla sua scomparsa, al fatto che con l’accentuarsi inesorabile di tale assenza, del corpo resteranno alla fine soltanto immagini.

        A quel punto, unico visitatore ammesso alla Mostra con autorizzazione speciale fuor dell’orario d’apertura, vedendomi tra corpi sempre più labili, ho deciso di ignorare la mia ombra che m’inseguiva minacciosa sulle pareti bianche, per ritrovarmi ‘corpo solitario’, però ancora integro, riflesso nel vetro dell’autoritratto di Franco Fontana, protettivo di lui e di me, io con la mia fotocamera, lui novello Guglielmo Tell con una mela rossa sul capo.

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Elio Galasso

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