Maraviglioso Boccaccio, il film raccontato dai Taviani

Al Cinema arrivano dal 26 febbraio i fratelli Taviani con “Maraviglioso Boccaccio”, film che riporta sul grande schermo il Decamerone ma visto in chiave moderna. 

Meraviglioso boccaccio filmMaraviglioso Boccaccio” di Paolo e Vittorio Taviani – nelle sale italiane da giovedì 26 febbraio distribuito in 100 copie da Teodora Film – è un film molto atteso visto il folto cast (tra cui Lello Arena, Paola Cortellesi, Vittoria Puccini, Jasmine Trinca, Michele Riondino, Riccardo Scamarcio) e il terreno letterario con cui i due fratelli si son voluti cimentare. Dopo aver ricevuto l’Orso d’oro al Festival di Berlino 2012 per “Cesare deve morire” in cui la trama del docu-film era segnato dalla messa in scena del “Giulio Cesare” di Shakespeare, affidata ad alcuni detenuti di Alta sicurezza del carcere di Rebibbia, l’aspettativa è innegabilmente alta. Con “Maraviglioso Boccaccio” il filo non si spezza e sono gli stessi registi a sottolinearlo nel momento in cui vengono invitati a spiegare cosa sia il “maraviglioso” oggi, per loro: «In noi il sentimento è lo stesso – dicono i Taviani -. In “Cesare deve morire” gli ergastolani scoprono il teatro e la possibilità di sopravvivere grazie all’arte, in quelle poche ore di prove loro erano liberi. Nel nostro ultimo lavoro, attraverso la ribellione alla peste, l’andarsene e l’arte del raccontare novelle, i ragazzi si sentono liberi». I fratelli TavianiEd è proprio questa forte connessione con il presente che ci riporta alla domanda: come mai il “Decameron” di Boccaccio oggi? «Noi desideravamo parlare dei giovani di oggi, che vivono in un mondo dove c’è la peste intesa come disoccupazione o persino c’è una loro percentuale che neanche cerca il lavoro, come se si fossero sdraiati come un Cristo in croce su una palude. Per tutti penso che si possa parlare, in senso metaforico, di vivere in un periodo di peste. Il film è nato così, partendo da questa presa di coscienza e dal desiderio, covato nel tempo, di mettere in quadro questo capolavoro di Boccaccio, il quale – per altro – non ha inventato le novelle, le ha prese già belle e pronte, appartengono a un grande patrimonio culturale italiano ed europeo. Oggi era venuto il momento per raccontare tutto questo e il nostro accento è andato in primis sulla peste perché non era stata ancora rappresentata le volte in cui il “Decameron” è stato trattato al cinema. È la peste che dà la motivazione ai ragazzi (sette fanciulle e tre uomini) di andare via da Firenze, una di loro dice: vogliamo andare di nuovo a respirare. Loro non fuggono dalla città di morte, si allontanano da un luogo che li nega per arrivare in un altro luogo dove la natura è più amica e dove ricostituiranno una piccola società». Prosegue Paolo Taviani: «Maraviglioso Boccaccioè un film al femminile, le donne prendono l’iniziativa di andar via dalla città e di sopravvivere insieme agli uomini raccontandosi le novelle, anche se poi sarà un uomo… (e qui preferiamo non rivelarvi). In un punto nodale arriva la pioggia che funge un po’ da lavacro, ma non risolve il problema». Film Meraviglioso BoccaccioNel tempo tanti artisti, tra cui Pier Paolo Pasolini, hanno voluto affrontare questa raccolta del poeta fiorentino. Proprio in questi giorni Stefano Accorsi, diretto da Marco Baliani, sta calcando i palchi italiani con “Decamerone – vizi, virtù, passioni”. Di fronte a una pellicola che riesce a mostrare una coerenza nella struttura, sorge spontaneo l’interrogativo su come i Taviani, anche in veste di sceneggiatori, abbiano scelto le storie da raccontare. «Non è facile per noi rispondere su questo. Costruire un film è un’opera di artigianato e quindi dovevamo porre attenzione a una doverosa geometria, per noi c’erano tre momenti di forza: la peste, i giovani e la fantasia. Ci siamo ovviamente chiesti come alternare, quali sentimenti trasmettere, come far emergere la ricchezza del “Decameron”. Come scelta abbiamo optato per tre novelle drammatiche e due grottesco-velenose (un esempio è quella di Calandrino, che ha il volto di Kim Rossi Stuart): volevamo raccontare come siamo noi, come nell’uomo possa esserci anche l’elemento nefasto. In fondo fare un film è raccontare se stessi». Ed è questo che traspare anche dalle parole di Kasia Smutniak, presente alla conferenza stampa milanese e protagonista di un episodio nelle vesti di Ghismunda: «Ho letto il “Decameron” a scuola in Polonia, dove lo ritenevano un libro importante, ma mi ricordo ben poco. Letto in questa chiave moderna è molto più facile da comprendere. Credo che agli attori non serva sempre leggere il libro da cui è tratta una sceneggiatura, io mi sono concentrata sui sentimenti reali cercando di renderli più veri e moderni. Si tratta di un classico e ha in sé sentimenti universali come l’amore, l’odio, l’amicizia e le paure». Mentre i registi e una delle interpreti si raccontano, si avverte quanto questa esperienza abbia segnato da entrambe le parti: da un lato lei, orgogliosa di aver lavorato con gli artefici di “Padre padrone” (1977) e in un set in cui ogni secondo era buono per imparare; dall’altro due cineasti come i Taviani, pronti a cercare gli attori che amano, ma anche a scovare tra i giovani (100 provini) mossi sempre dal desiderio di ricevere dall’attore scelto, non solo la conferma, ma ancor più lo stupore.

Maria Lucia Tangorra

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Autore dell'articolo: Maria Lucia Tangorra

Nata a Conversano (Ba) nel 1987, da alcuni anni si è trasferita a Milano per coltivare la passione per cinema, teatro e giornalismo col desiderio di farne un lavoro. Free-lance, critico e corrispondente dai festival per web magazine di cinema e teatro; ha realizzato anche reportage e approfondimenti di spettacoli tra cui “Invidiatemi come io ho invidiato voi” di T. Granata e “Un giorno torneranno” ideato e interpretato da S. Pernarella. Si è appassionata al cinema e al teatro vedendo recitare gli attori forgiati dal maestro Orazio Costa Giovangigli e da lì ha cercato di conoscere i diversi modi di fare e vivere il teatro e il cinema (senza assolutamente disdegnare alcuni lavori televisivi di qualità). Quando ha sentito sul palco queste parole: «Sai cosa vuol dire vivere in un sogno? Ciò che tu non sei, sei: e, ogni notte, lo frequenti» (dal testo teatrale “Orgia” di P. P. Pasolini) ha pensato che questo accade quando ci si immerge nel buio della scatola magica e della sala cinematografica. Grazie a questo lavoro fatto anche di incontri umani, non solo professionali, pensa che senza il teatro e il cinema il respiro sulla vita sarebbe diverso perciò, nonostante tutto e tutti, crede che di cultura e arte si possa vivere e che le passioni possano trasformarsi in una professione.

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