Lana Del Rey, “Ultraviolence”: la recensione dell’album

Dopo “Born To Die”, disco da oltre 7 milioni di copie vendute in tutto il mondo, l’affascinante Lana Del Rey prova a ripetere il successo del precedente lavoro con un nuovo album di inediti, questa volta osando ancora di più a livello musicale e testuale. Azzardo? Barlume di genio? Ennesima strategia di marketing? “Ultraviolence” è tutto questo e molto di più. “Ultraviolence” è una cascata di note raffinate, un fiume di sonorità blues, country e dream pop, nel quale la voce di Lana nuota come sirena libera e sensuale.

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Innumerevoli le sfumature dipinte dalle 11 tracce che compongono l’album (14 nella limited edition). Tonalità calde e avvolgenti, come quelle che accarezzano “Cruel World”, primo brano del disco, e “West Coast”, singolo di lancio (decisamente poco radiofonico). Già al primo ascolto, ci si rende conto dello straordinario lavoro compiuto dalla cantante 28enne insieme al produttore e amico Dan Auerbach (quello dei Black Keys) per dar vita ad un progetto artistico che va oltre la musica e che scomoda immagini cinematografiche e teatrali, con assaggi noir ed erotici. Provocazione, pathos, eleganza, drammaticità: il mondo di Lana è un concentrato di pulsioni contrastanti, di ossessioni e di melodie eteree che si scontrano con ritmi più forti e sperimentali. Un mix di sonorità che può apparire talvolta caotico e che sicuramente è stato pensato e partorito fregandosene altamente delle vendite, delle classifiche e di “piacere a tutti i costi”. “Ultraviolence” non è un album ruffiano, né troppo rivoluzionario. Il cordone ombelicale che lo lega al passato, a quel “Born To Die” così barocco, infernale e paradisiaco, è ancora ben attaccato. Ritroviamo, ad esempio, un po’ di trip hop e di atmosfere dark, ma anche una scrittura cruda e matura che già ci aveva convinto nel 2012. Sogni infranti, malinconia, sofferenza, cuori spezzati. E ancora: piacere fisico, fascino ed erotismo. Elementi che nutrono un concept album di altissimo livello, a tratti spiazzante e paralizzante.

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Niente più cantilene: Lana del Rey canta l’essenzialità del suo mondo misterioso e narcolettico. Si passa dalla psichedelica e inquietante “Shades of Cool” (che tanto ricorda lo stile Portishead ma anche i Pink Floyd), al jazz blues di “Sad Girl”, così intensa ed elegante. Non mancano pezzi sfacciati e potenti come “Fucked My Way Up To The Top” e “Pretty When You Cry”, maledettamente ossessivi e autentici. Travolge e appassiona “Old Money” (nel cui testo spiccano citazioni di Nino Rota). “Ultraviolence” contiene una cover di “The Other Woman” di Jessie Mei Robinson, interpretata e rivisitata in passato anche da Jeff Buckley e Nina Simone. Innovativa e sperimentale, invece, “Guns and Roses”, bonus track che troviamo solo nella limited edition.

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Lana, spesso dipinta come una pin up o una diva americana ultramoderna, così vicina alle icone di bellezza e di sensualità del passato, crea in questo suo ultimo lavoro in studio anche atmosfere esoteriche (ascoltate “Black Beauty” e capirete), fino alla più grezza e incisiva “Florida Kilos”, a chiudere un album ricercato, fine, maturo e finalmente libero dagli orpelli di “Born To Die”. Un disco d’altri tempi, complesso e coraggioso, come solo la dea indie di New York poteva realizzare.

Silvia Marchetti

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Autore dell'articolo: Silvia Marchetti

Silvia Marchetti
Silvia Marchetti, nata a Mirandola (Modena) nel 1981, è giornalista pubblicista e web designer. Laureata in Scienze Politiche presso l’Università di Bologna, si occupa da anni di Cultura e Spettacoli, pubblicando articoli, recensioni e interviste relative al mondo del teatro, del cinema e, in particolare, della musica. Tra le sue passioni, la buona cucina, i concerti, la moda e Milano, città in cui ha deciso di vivere.

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