I promessi sposi – Opera moderna, recensione

I promessi sposi – Opera moderna: lo spettacolo resta in scena al Teatro degli Arcimboldi di Milano fino al 25 ottobre 2015 e proseguirà la tournée fino al 24 gennaio 2016, toccando le città di Padova, Reggio Calabria, Bari, Napoli, Palermo, Roma.

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L’idea che la maggior parte di noi si è fatta su “I Promessi Sposi” di Alessandro Manzoni deriva da conoscenze scolastiche, dove, spesso e volentieri, testi così vengono propinati e vissuti dai ragazzi come un “mattone” (e lo diciamo con rispetto parlando).

Siamo certi che I Promessi Sposi – Opera Moderna, scritto e diretto da Michele Guardì, avrà senz’altro il merito di scardinare questo pensiero e farsi amare dal grande pubblico. I numeri non smentiscono, infatti, se si pensa che dal debutto (nel 2010), lo spettacolo ha registrato più di tre milioni di spettatori e la stessa reazione del pubblico registrata durante la replica a cui abbiamo assistito conferma questo riscontro positivo. Ci sembra giusto partire da questo dato perché, al di là di quello che possono pensare gli addetti ai lavori o i critici a riguardo, è il pubblico pagante che decreta il successo di un film o di una rappresentazione.

L’idea registica iniziale l’abbiamo molto apprezzata: in una scena di gruppo, che, forse vorrebbe riscaldare l’atmosfera, tra sbarra per danza classica e specchi da camerino di teatro vengono presentati i personaggi principali e, al contempo, è dichiarata la finzione scenica.

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i-promessi-sposi«Comincia qui la storia mia con te» canta Renzo (Graziano Galatone), sembra quasi come un “C’era una volta…” e la favola può avere inizio. I due innamorati sono in procinto di sposarsi, poco dopo sentiamo una delle frasi più famose: «questo matrimonio non s’ha da fare», la pronunciano i bravi minacciando don Abbondio (Salvatore Salvaggio). Il sogno dei promessi sposi si infrange per la vigliaccheria di un uomo e la sopraffazione dei (pre)potenti, in primis don Rodrigo (Giò Di Tonno). Lungi da noi voler riassumere in poche righe un libro così fondamentale non solo nella Storia della Letteratura Italiana, non vogliamo semplificarvi una sinossi ricca di sottotesti, significati, episodi che riguardano i protagonisti, ma anche il popolo (vedi i tumulti di Milano) ed eventi come la peste. Il nostro invito è quello di approcciarvi all’opera direttamente, scardinando in primis voi, con la lettura in prima persona, quello che vi può essere rimasto dai banchi di scuola. Proprio tenendo conto di tutto ciò, sappiamo che non è facile ridurre drammaturgicamente un romanzo storico qual è l’opera manzoniana. Nello spettacolo in questione il plot è rispecchiato fedelmente, la sensazione che si avverte è che, però, il lirismo dell’autore lombardo si sia un po’ perso per strada. Ci sono alcuni momenti in cui la scintilla emotiva scatta (un esempio è l’ “Addio ai monti” di Lucia, a cui dà volto e voce Noemi Smorra), ma il più delle volte si tratta di frasi che strizzano l’occhio all’idea di opera popolare ed è qui la chiave di tutto.

Un’altra idea di messa in scena che permette subito al pubblico di decodificare riguarda l’ingresso di don Rodrigo su una ragnatela, pronto a muovere i fili della stessa. Guardì sceglie una regia lineare, pronta a dar vita a flashback in carne ed ossa mentre il personaggio rivive quel momento della sua vita. Il primo atto si chiude sul sogno di Milano: «ecco, ecco Milano, dove la vita ti appartiene. […] La gente vive, sogna ed è felice». È questa l’immagine che ha Renzo del capoluogo meneghino, lui un uomo in fuga, separato dalla sua donna, si ritrova invischiato nei tumulti di allora.

Nello svolgimento del secondo atto, si vede l’evoluzione di quelle stesse persone che avevano lottato per il rincaro del pane, dilaniate dalla peste. Nel frattempo «Il buio della notte è dentro al cuore», pronto a caratterizzare ora il mutamento di stato d’animo di Lucia, ora quello di don Rodrigo e, come un cerchio che si chiude, si torna al «Comincia qui la storia mia con te», cantato appassionatamente da Renzo. La scena finale (che non vi riveliamo) vuole comunicarci l’arrivo della Provvidenza sulla città e nei singoli.

i-promessi-sposi-2I Promessi Sposi pensati da Guardì presentano un impianto scenografico monumentale (Luciano Ricceri) che ben si sposa con questo genere, di cui ancora si discute sulle caratteristiche precise, ma che vuole distinguersi dal musical. Gli interpreti dei personaggi principali sono assolutamente di gran calibro e fanno il loro nel canto, personalmente però – ci duole dirlo – non ci è scattata la palpitazione del cuore che ci auguravamo. Ogni artista, a cui riconosciamo il valore, compreso il corpo di ballo, dà il suo apporto, ma dal canto nostro abbiamo anche immaginato l’ulteriore potenza che si sarebbe potuta creare con il canto dal vivo nelle scene corali con i ballerini (anche cantanti magari) e la musica dal vivo. Ovviamente le nostre sono ipotesi, poi la riuscita de I Promessi Sposi – Opera musicale c’è nell’ottica della risposta che continua ad avere e del desiderio di arrivare a tutti, intrattenendo e cercando di far passare valori come la patria, l’amore puro, il perdono strettamente legato al senso religioso. In questa prospettiva ci sono brani che tornano e ritornano, fidelizzando a tal punto lo spettatore, il quale, nell’arco delle circa due ore e quarantacinque di spettacolo (compreso intervallo), quasi riconosce la base e inizia ad imparare le parole. I recitativi tornano a più riprese e anche a distanza di poco dalla precedente esecuzione, ma, a tratti, il pensiero che tutto ciò venga fatto per creare un motivo riconoscibile, lascia il posto al desiderio di maggior ritmo e originalità su questo aspetto. Coerentemente con il discorso iniziale, crediamo che I Promessi Sposi – Opera musicale continuerà a colpire nel segno gli spettatori. Voto: (2,5 / 5)

 

Info aggiuntive

“I Promessi Sposi – Opera moderna”

Riduzione teatrale, testo, libretto e Regia: Michele Guardì

Con Graziano Galatone, Noemi Smorra, Brunella Platania, Christian Gravina, Rosalia Misseri, Chiara Luppi, Vittorio Matteucci, Vincenzo Caldarola, Enrico D’Amore, Giò Di Tonno, Lorenzo Praticò e il Corpo di Ballo costituito da 24 componenti.

Musica e Arrangiamenti corali: Pippo Flora

Costumi: Alessandro Lai

Coreografie: Luciano Cannito

Gioielli: Gerardo Sacco

 

Si ringrazia l’ufficio stampa dello spettacolo, Eos comunica, nelle persone di Daniela Mase, Paolo Monti, Lea Gorgone

 

 

 

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Autore dell'articolo: Maria Lucia Tangorra

Nata a Conversano (Ba) nel 1987, da alcuni anni si è trasferita a Milano per coltivare la passione per cinema, teatro e giornalismo col desiderio di farne un lavoro. Free-lance, critico e corrispondente dai festival per web magazine di cinema e teatro; ha realizzato anche reportage e approfondimenti di spettacoli tra cui “Invidiatemi come io ho invidiato voi” di T. Granata e “Un giorno torneranno” ideato e interpretato da S. Pernarella. Si è appassionata al cinema e al teatro vedendo recitare gli attori forgiati dal maestro Orazio Costa Giovangigli e da lì ha cercato di conoscere i diversi modi di fare e vivere il teatro e il cinema (senza assolutamente disdegnare alcuni lavori televisivi di qualità). Quando ha sentito sul palco queste parole: «Sai cosa vuol dire vivere in un sogno? Ciò che tu non sei, sei: e, ogni notte, lo frequenti» (dal testo teatrale “Orgia” di P. P. Pasolini) ha pensato che questo accade quando ci si immerge nel buio della scatola magica e della sala cinematografica. Grazie a questo lavoro fatto anche di incontri umani, non solo professionali, pensa che senza il teatro e il cinema il respiro sulla vita sarebbe diverso perciò, nonostante tutto e tutti, crede che di cultura e arte si possa vivere e che le passioni possano trasformarsi in una professione.

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