A Roma l’arte contemporanea dialoga con l’antichità

Parmiggiani, Senza Titolo, 1970
Parmiggiani, Senza Titolo, 1970

Quattro mesi durante i quali gli spazi del Foro romano e del Palatino accoglieranno una mostra dedicata al rapporto tra arte antica e contemporanea. Si tratta di “Post-classici”, l’esposizione a cura di Vincenzo Trione che fino al 29 di settembre raccoglierà nel cuore di Roma le opere di 17 artisti, i quali per i rispettivi lavori hanno tratto ispirazione proprio dai luoghi della classicità. Tema centrale della mostra, promossa dalla Soprintendenza speciale per i beni archeologici di Roma in collaborazione con Electa, è, infatti, il richiamo all’antico, un concetto che ci fa pensare a tutta una serie di valori “assoluti” come la bellezza, l’armonia, la misura, reinterpretati oggi in chiave moderna. Non poteva esserci, quindi, una location migliore del Foro romano e del Palatino, emblema dell’antichità e oggi spazio espositivo per la modernità.

Michelangelo Pistoletto, Venere degli Stracci ,1967 2013
Michelangelo Pistoletto, Venere degli Stracci ,1967 2013

Gli artisti – Appartenenti a generazioni diverse, gli artisti sono stati invitati a partecipare da Vincenzo Trione e tra loro spiccano personaggi noti come i maestri dell’arte povera Kounellis, Pistoletto, Paolini e protagonisti della transavanguardia come Paladino, senza tralasciare figure come Parmiggiani, Longobardi, Albanese, Botta, Pietrosanti, Beecroft e fotografi come Jodice e Biasiucci. Personalità che hanno però in comune un aspetto: quello di essere abituati a intrattenere «con la classicità – spiegano dalla mostra – un dialogo fondato su appropriazioni e reinvenzioni spesso audaci, che tendono ad acquisire figure e motivi dell’immaginario archeologico riscrivendoli e, spesso, evocando l’effetto delle rovine e dei reperti». Questi artisti, «servendosi – precisa il curatore – di media diversi tendono a collocarsi in un territorio poetico comune, fino a dar vita a una sorta di implicito movimento.

Beecroft Frammento
Beecroft Frammento

Ad accomunarli – continua Trione – è il bisogno di reinventare temi fondamentali della classicità, fino a renderli irriconoscibili. Procedono tra citazioni e ripescaggi, in bilico tra rispetto e trasgressione, prelevano episodi storico‐artistici, che filtrano attraverso uno stratagemma caro alle avanguardie primonovecentesche: lo straniamento. Non compiono calchi fedeli: non innalzano la cultura del passato sopra un piedistallo irraggiungibile. Prediligono discontinuità, scarti, margini. Riscrivono frammenti dell’antichità: barlumi che fanno appena intuire la totalità. Decontestualizzano e riusano arbitrariamente alcuni elementi di altre epoche, proiettandosi verso esiti allegorici. Classico, per questi artisti, non riguarda solo il passato, ma investe il presente e prefigura gli scenari dell’avvenire. È ciò che tende a relegare l’attualità al rango di un rumore di fondo di cui non si può fare a meno. Un momento – conclude – estraneo e sempre sorprendente, da investigare nella sua complessità, da riconquistare ogni giorno, per farlo riemergere come relitto, scheggia».

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