Rapito, il nuovo film Marco Bellocchio

Rapito: recensione del nuovo film di Bellocchio

Il Cinema di Marco Bellocchio è sempre molto realistico ed avvincente. La macchina da presa del regista italiano si posa inclemente sui volti spesso caricaturali dei personaggi, come per evidenziarne le spigolosità, i tratti disturbanti, le inquietudini. Ed è così che Papa Pio IX con le sue nevrosi, in Rapito (il nuovo film di Bellocchio), ruba la scena anche al piccolo Edgardo Mortara. Il travaglio esistenziale dell’uomo che crede di essere Dio in terra viene messo in evidenza dal regista in tutta la sua complessità, con sfumature caravaggesche.

Una storia vera e complessa

Marco Bellocchio continua a dedicare ampio spazio a storie vere, tratte sia dalla grande che dalla piccola Storia. Ma la finalità è di tracciare una linea tra ieri e oggi, in un gioco di ossimori e metafore. Come in Esterno Notte, anche in Rapito è il rapimento a fare da innesco alla vicenda. Le conseguenze emotive della separazione dagli affetti e dai luoghi conosciuti coinvolgono non solo il protagonista ma anche alcuni personaggi secondari (madre e padre), i quali esprimono tuttavia il dolore con compostezza.

Edgardo Mortara è ebreo. L’Italia deve essere fatta e gli italiani ancora non esistono, se non nella mente dei patrioti. Siamo nello Stato Pontificio, a Bologna. I funzionari del Papa – che ha potere temporale – si presentano a casa dei Mortara, con un mandato. Edgardo è stato battezzato all’insaputa dei suoi genitori ebrei presumibilmente dalla balia cattolica. Il bambino deve per legge diventare cattolico. Così viene letteralmente rapito, sotto lo sguardo impotente della sua famiglia che nulla può contro la Chiesa cattolica. Nessun’altra autorità ebraica riesce ad intervenire.

Quando la Fede diventa intolleranza

Edgardo promette alla madre di recitare le preghierine ebraiche ma ben presto si dimentica delle sue radici perché riceve un’educazione cattolica molto ferrea. Bellocchio non semplifica, non racchiude in una retorica di sinistra le sue idee politiche. Bellocchio ci costringe invece ad allargare lo sguardo. Il regista entra nei dettami del cattolicesimo in maniera neutrale sebbene nel sottotesto del suo film trapeli forte il seguente concetto: nessuno ha l’autorità, in nome di un Credo e della conseguente volontà di evangelizzare, di cancellare le religioni altrui. Questa non è Spiritualità né Fede. Questo è abuso di potere, portato avanti da una disonesta interpretazione dei Vangeli.

Edgardo, quindi, rappresenta tutti quei bambini che sono stati tolti ai genitori per essere convertiti al Cattolicesimo. Edgardo è il simbolo dei nativi americani, è il simbolo di ciò che può accadere quando si viene plagiati da chi pensa di essere nel giusto, da coloro che sostengono che il fine giustifichi i mezzi. Rapito fa riflettere inoltre su quanto accadde agli ebrei nel Novecento, in una Germania omofoba e razzista, perché l’omofobia collettiva prima di mettere radici sonda e prepara il terreno.

Un ottimo cast

La scena in cui in sogno Edgardo libera Gesù dai chiodi, grazie alla conversione, è molto toccante ed esprime metaforicamente il senso di colpa su cui hanno fatto leva i Cristiani per sradicare le altre religioni, pagane ed animiste, in nome di un Dio patriarcale che giudica e condanna. Un Dio che è molto lontano dal messaggio evangelico. Rapito è, dunque, un film toccante che viene reso intenso anche dall’ottimo cast: da Barbara Ronchi nei panni di Marianna Padovani Mortara a Enea Sala (Edgardo Mortara da bambino) e a Leonardo Maltese (Edgardo Mortara da ragazzo), da Fausto Russo Alesi (Salomone Mortara) a Paolo Pierobon nel ruolo di Papa Pio IX e Fabrizio Gifuni che interpreta il cardinale Faletti. Maria Ianniciello

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