Diari,  Il terrone che non ci sta

Operaio

 ©lily - Fotolia.com
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Operaio fu il mio primo titolo, che mi guadagnai quando frequentavo la prima classe del liceo classico e mi interessavo di meccanica automobilistica e di radiotecnica, oltre che di zootecnia e di altro.

Non fu una conquista, ma una offesa. Almeno così la intendeva chi me l’appioppò, per cui cercai di nobilitarlo autodefinendomi onesto lavoratore e patriota.

Erano tempi duri per chi voleva mettere insieme calli da lavoro e conoscenze di latino. Volevo dimostrare, ad esempio, che si può fare il commerciante ed essere persona perbene ed istruita, perché non è il tipo di lavoro che qualifica, ma il come farlo, come essere. Intanto continuo ad accettare con piacere il titolo di operaio che un vecchio amico cordialmente mi ricorda: infatti sono uno che opera, agisce, costruisce come sa, come può e come anche fortuna vuole.

In ogni caso è importante qualificare con la propria presenza padronati e patronati, coi quali è opportuno intrattenere franche relazioni, ma dei quali evitare di diventare strumento. Restino le relazioni impostate sul do ut des, ricordando che quando si lavora conviene che si lavori bene e ci si faccia pagare meglio. Perciò la qualifica sia la migliore possibile, accompagnata sempre da buona cultura generale, conoscenze di tecniche e di lingue, irreprensibilità di comportamento, conseguenti stima e rispetto, ricordando che il lavoro, qualunque esso sia, darà un certo guadagno, ma il livello, lo stile glielo dovrà dare chi lo farà. Insomma camminare da soli ed a chi vuol portare per mano dimostrare di avere un braccio valido, controllato da mente sveglia e ricca e difeso da dignità e libertà ben radicate. Gli operai veri solamente dispongono del materiale, la felicità del sufficiente e il mestiere di utilizzarlo, per vivere lo spirito di squadra e per realizzare una società di pari, sostenuti da scienza e da coscienza ed illuminati dalla Costituzione. Hoc opus, hic labor, operai.

Sarà contento pure Virgilio, che si ricorda ancora per aver detto che la civiltà di un popolo si misura da come vengono trattati i più deboli.

Nunziante Minichiello

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Nunziante Minichiello

"Distribuisco cultura, quella che mi ritrovo, e cose che servono. La cultura è gratis; le cose che servono costano, ma a volte costano meno che altrove. Nei miei voti è la buona fortuna di tutti quanti". Questo è il motto di Nunziante Minichiello che su Cultura e Culture firma la rubrica "Il Terrone che non ci sta", riflessioni sul Mezzogiorno e sull'Italia, in generale, gli editoriali e alcuni articoli di attualità.

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