Recensione di Heart of the Beast – Nel profondo selvaggio
Sin dall’antichità l’umanità ha sempre proiettato sugli animali e sulle piante i propri vizi e le proprie virtù per ricavarne una morale che servisse da monito collettivo. Fu Esopo a rendere la favola un genere a sé, tramandando le sue storie oralmente. Nelle sue favole c’erano solo animali che in realtà simboleggiavano caratteristiche umane.
David Ayer nel film Heart of the beast – Nel profondo selvaggio compie un’operazione differente che riscontriamo in molta letteratura e cinematografia: prende un uomo e un cane e li isola in una natura selvaggia che è un personaggio a sé, una vera e propria antagonista.
In questo contesto l’animale resta fedele alla sua indole, sebbene faccia da specchio affettivo per il suo amico umano. Il cane è un pastore tedesco soldato che si chiama Odino. L’uomo, James Belmont (interpretato da Brad Pitt), è un ex ufficiale delle Forze Speciali dell’esercito statunitense.
Soli, in Alaska, soffrono entrambi di stress post-traumatico. Odino ha denti ricostruiti, una protesi e incubi notturni. Entrambi sono sopravvissuti a una tremenda esplosione. Insieme attraversano l’Alaska a bordo di un aereo, ma quando James ha un malore in volo dovranno dare prova di coraggio e affrontare una natura incontaminata e selvaggia che metterà a dura prova la loro vita.
È sempre commovente vedere un cane salvare il proprio amico umano (e viceversa) ed è meraviglioso vedere come l’amicizia tra specie differenti possa reggersi su valori come la solidarietà e la fedeltà reciproca.
Heart of the beast – Nel profondo selvaggio è molto semplice nella sceneggiatura, ma potente nel messaggio, perché nessuno di noi può vivere senza rispecchiarsi nello sguardo altrui, che sia un uomo o un cane. Lo abbiamo visto in Io sono leggenda, dove anche Robert Neville (Will Smith) aveva come unico interlocutore il pastore tedesco Samantha, e continueremo a vedere storie così.
I due amici comunicano con gli occhi, mentre la natura si mostra in tutta la sua indifferenza ed ostilità. L’Alaska non è un’isola romantica da contemplare, ma si presenta come un’entità viva che non esita a mostrarsi per ciò che effettivamente è.
Ecco perché i disappunti di una parte della critica secondo me non reggono: David Ayer ha descritto, forse con molta enfasi, un rapporto viscerale e primordiale. Pensiamoci: il cane e l’uomo non sono diventati amici sul divano di casa, ma proprio per affrontare insieme la natura selvaggia che in questo caso è certamente archetipica e funzionale all’evoluzione dei personaggi, ma non è affatto antropizzata.
E allora mettetevi comodi e fatevi commuovere da questa pellicola che fa leva su empatia e solidarietà, sentimenti in disuso. Maria Ianniciello




