L’Io narrante

© Ina Schoenrock
© Ina Schoenrock

Il corpo rappresenta un medio fantastico per l’‘altro’ e per la persona stessa. Ogni volta che uno sguardo si posa su di noi, ne costruisce un’immagine che viene conservata nel proprio inconscio visivo e nella memoria cosciente, immagine che poi verrà elaborata al di là dell’intenzione. Il cervello si comporta come una fotocamera e una videocamera, fornendoci immagini continue, statiche e in movimento, capaci di sistemarsi in un insieme che viene riaperto ogni volta che un’emozione clicca su di esse. Spesso l’idea del sé, che non chiamerei identità, si costruisce dalla relazione di queste immagini, gestita da una motivazione di fondo inconsapevole, con l’esigenza di creare una trama coerente, in modo da costruirne un racconto dell’io: nascono l’‘io letterario’ e l’ ‘io ideale. Questo non deve essere confuso con il Super io, fatto di consistenza etica e improntato a un rigore esclusivo di cui s’intesse il giudizio; certamente non si può escludere che esso collabori alla costruzione dell’io ideale. L’io letterario presuppone un io narrante – spesso in esilio da se stesso – e un io narrato, che a sua volta contribuisce alla costruzione del primo. Si delinea così una circolarità itinerante che passa dall’una all’altra costruzione, comportando un’estenuazione costruttiva che non si accorge di infiltrazioni contraddittorie o ideologizzate dall’idealismo che le alimenta. È per questo che l’io ideale facilmente sposta e modifica le pedine sulla scacchiera della narrazione in base a nuovi opportunismi. Infatti questa costruzione comporta un continuo lavoro di inclusione e di esclusione, con un’accentuata mancanza di dialettica tra autocoscienza e inconscio: l’idea del sé si alimenta di una complessa struttura compensatoria, che deforma anche la realtà esterna. Le forme che essa assume nel manifestarsi sono influenzate dalle caratteristiche caratteriali della persona.

   All’origine di tale faticosa esistenza, molto probabilmente, esiste un’amputazione avvenuta nei meccanismi evolutivi della propria identità, certamente una sofferenza ripetuta e inevolvibile, una mancanza di amore che ha ferito l’animo col marchio dell’inferiorità. Il recupero compensatorio della sensazione di essere speciale sfocia in una narrazione continua della propria superiorità, mentre il senso di realtà, messo tra parentesi, crea una tensione emotiva che spesso sfocia in atteggiamenti di fuga. Ma dove nasce l’esilio dell’io?

  Che dire della trasformazione che avviene nel soggetto quando assume un’immagine? Lacan sostiene che l’identificazione primaria avviene sempre ad opera di un’immagine (lo specchio), ma essa produce un’identità che coincide con un’alienazione, in quanto realizzata attraverso una dislocazione, cioè su un medio esterno al corpo. Questa identità alienante marcherà tutto lo sviluppo mentale dell’individuo. Ma la forma totale del corpo fornita dallo specchio non è solo un atto conoscitivo: essa è ciò che permette di costituire la propria natura. Il rischio è che il soggetto venga aspirato da una permanente non coincidenza con se stesso, creando una configurazione immaginaria del proprio ego.

Se la realtà invia segnali contraddittori o confermativi di questa immagine interiore, ne viene potenziata l’alienazione primaria, che resta presente come un fantasma in agguato per sostituire l’io, creando un alter ego che manovra la persona, sfuggendo alla sua coscienza. Ciò accade nelle situazioni che riaccendono il disagio emotivo originario; è il linguaggio che viene attirato – come il ferro dalla calamita – dal regno dell’io ideale, essendo, per sua natura, estremamente disponibile alla comunicazione, anche di quello che non si vuole. Può accadere che la coscienza intenda trasmettere un certo significato, ma che l’altro io comunichi le sue intenzioni attraverso il cosiddetto significante, cioè con l’insieme di natura che non si dovrebbe semplicemente chiamare ‘emozionale’, ma fortemente intenzionato – benché inconsapevole – a venir fuori, anche se le parole sembrano alludere a un paradosso. E’ quasi come se questa zona fosse dotata di un istinto continuo a manifestarsi, autonomo rispetto alla coscienza, un istinto che somiglia molto a una seconda intelligenza, alla quale potrebbe essere imparentata anche la furbizia, pronta a guizzare all’esterno senza essere interpellata.

Sono gli artisti a possedere la capacità di stabilire una relazione dialettica con le zone in ombra perenne, elaborando forme proiettive che vengono scelte con il senso di realtà, in grado di eludere le difese dell’ombra, in quanto fatte della stessa natura del linguaggio in cui esse amano fare irruzione nella realtà. L’artista spalanca quelle porte che esse sono in grado di riconoscere per oltrepassare senza difese la soglia che immette nell’opera, dalla quale inizia un’elaborazione che sfugge totalmente al loro controllo. Ma anche per l’artista è dall’opera che prende il via un momento conoscitivo del sé, la cui elaborazione viene nuovamente investita in ulteriori momenti artistici e nell’arricchimento dell’autocoscienza.

   Il narcisismo, il senso d’onnipotenza, talvolta il disagio compulsivo costruiscono una struttura difensiva per l’io ideale che rischiano di accrescersi ad ogni pericolo di essere stanati, a meno che non vengano adottate modalità riparative specialistiche.

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Pina Arfè

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Autore dell'articolo: Pina Arfè

Pina Arfè napoletana, vive a Benevento. Congiunge l’impegno di artista (pittura, fotografia, video) a riflessioni teoriche su questioni di estetica e di psicoanalisi. Ha pubblicato vari libri, tra cui La casa del vento (Napoli, Guida Editore) e L’attimo che avviene e che diviene (Firenze, Maremmi Editore). Il suo lavoro sul rapporto tra arte e pensiero privilegia attualmente anche l’espressione poetica e la forma narrativa.

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