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Una volta nella vita: recensione e trailer del film

Esce oggi, 27 gennaio, nelle sale Una volta nella vita, film di Marie-Castille Mention-Schaar, distribuito da Parthénos. Purtroppo va detto subito che nella traduzione italiana del titolo si perde il messaggio e il significato insito nella versione originale, “Les héritiers”, che significa letteralmente gli eredi. Questa parola è legata a noi, alle nuove generazioni multi etniche e multi religiose, e per certi versi ci provoca interrogandoci su cosa ereditiamo e, parallelamente, cosa lasciamo noi oggi agli eredi futuri. L’opera è tratta da una storia vera. Il soggetto è di Ahmed Dramé, classe 1993, musulmano, il quale ha davvero frequentato il Léon Blum a Créteil e la cui vita è stata cambiata da un’insegnante e dal Concorso Nazionale della Resistenza e della Deportazione. «Apparentemente sono un caso da manuale. Una specie di miracolo: un giovane nero, cresciuto nei quartieri popolari di Val-de-Marne, che diventa attore, sceneggiatore e scrittore. […] Di solito, secondo una logica semplicistica e fatalistica, chi abita in banlieu è relegato alla periferia del successo; chi è “di colore” ha minori opportunità di riuscire; chi è giovane non gode di grande credibilità», scrive Dramé nel libro, edito da Vallardi con lo stesso titolo del film e in libreria dal 28 gennaio 2016. La professoressa reale (Anne Anglès), che sul grande schermo ha il nome di Anne Gueguen (una bravissima Ariane Ascaride), è riuscita ad andare oltre i luoghi comuni, cancellandoli, bannandoli dal suo modo di insegnare e forse anche dalla mente di chi ha questi pregiudizi. Ha creduto nei ragazzi di questa prima Liceo e ha dato loro la possibilità di fare un viaggio nella memoria, ma anche di confrontarsi, grazie al lavoro di gruppo, con le loro diverse estrazioni. «Ventinove comunità vivono in armonia in questo Liceo», si sente a un tratto. Non c’è perbenismo nella sceneggiatura scritta dal ragazzo con la stessa regista, la quale è stata capace e aperta nell’accogliere un input da un giovane “sconosciuto”, attuando il tanto agognato scambio generazionale. La regista di “Ma première fois” ha scelto di far recitare Dramé e alcuni attori, ma ha preso anche degli alunni proprio di quel Liceo, quasi a conferire al lungometraggio un’ulteriore sensazione di realismo e verità.

Una volta nella vita ha come luogo principe la classe «per l’esigenza di centrare il film sull’evoluzione dell’investimento dei ragazzi», racconta la Mention-Schaar. I primi minuti sono caratterizzati da una sequenza in cui una ragazza si è recata al Liceo per l’attestato di maturità, ma non le viene concesso di entrare perché non ha tolto il velo (e anche questo è realmente accaduto). Le viene chiesto di rispettare la legge e il principio di laicità, ma lei vorrebbe seguire ciò che sente non essendo più studentessa di quell’istituto. Questa immagine resta impressa perché è un’anticipazione delle diversità presenti nella classe (che porteranno anche a degli scontri), in più la regista non prende le parti di una o dell’altra, riporta la vicenda come un occhio esterno che riprende il tutto.

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Una volta nella vita è un film che colpisce per la forza pedagogica e umana che emana, senza scadere nella falsa retorica, reggendosi su una docente che sa essere autorevole senza dimenticare di ascoltare i suoi ragazzi, facendogli toccare con mano le testimonianze della Storia non solo tramite le ricerche o la visita dei memoriali. Un punto di snodo è, infatti, il racconto di Léon Zyguel, il quale tra i tanti pensieri dice: «Sentivamo che stavamo per morire, ma avevamo ancora tanta voglia di vivere». Ecco quel “compito” per il Concorso per quei ragazzi non è stato più un mero lavoro scolastico e la multiculturalità è diventata una ricchezza. Ed ecco in sintesi la trama: siamo in una città nella banlieue a sud-est di Parigi, un’insegnante tornata dall’assenza per lutto, decide di far partecipare la sua classe più problematica al Concorso Nazionale della Resistenza e della Deportazione. Il tema era “I bambini e gli adolescenti nel sistema dei campi di concentramento nazisti”. Di seguito il trailer.

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Autore dell'articolo: Maria Lucia Tangorra

Nata a Conversano (Ba) nel 1987, da alcuni anni si è trasferita a Milano per coltivare la passione per cinema, teatro e giornalismo col desiderio di farne un lavoro. Free-lance, critico e corrispondente dai festival per web magazine di cinema e teatro; ha realizzato anche reportage e approfondimenti di spettacoli tra cui “Invidiatemi come io ho invidiato voi” di T. Granata e “Un giorno torneranno” ideato e interpretato da S. Pernarella. Si è appassionata al cinema e al teatro vedendo recitare gli attori forgiati dal maestro Orazio Costa Giovangigli e da lì ha cercato di conoscere i diversi modi di fare e vivere il teatro e il cinema (senza assolutamente disdegnare alcuni lavori televisivi di qualità). Quando ha sentito sul palco queste parole: «Sai cosa vuol dire vivere in un sogno? Ciò che tu non sei, sei: e, ogni notte, lo frequenti» (dal testo teatrale “Orgia” di P. P. Pasolini) ha pensato che questo accade quando ci si immerge nel buio della scatola magica e della sala cinematografica. Grazie a questo lavoro fatto anche di incontri umani, non solo professionali, pensa che senza il teatro e il cinema il respiro sulla vita sarebbe diverso perciò, nonostante tutto e tutti, crede che di cultura e arte si possa vivere e che le passioni possano trasformarsi in una professione.

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