Jimi Hendrix, buon compleanno!

-jimi-hendrix27 anni sono pochi, troppo pochi per non rimpiangere quello che sarebbe potuto essere, quello che sarebbe potuto diventare, quello che avrebbe potuto inventare. Lui, l’uomo capace di distruggere il blues pezzo per pezzo per poi ricomporlo e dargli un nuovo colore: il nero.

Oggi sarebbe stato il settantaduesimo compleanno di Jimi Hendrix. Immaginarlo vecchio e acciaccato è quasi divertente. Gli stessi capelli ricci e voluminosi colorati di grigio, rughe profonde a contornare il sorriso timido, occhi di ragazzo divenuto uomo. Le mani, quelle sì, sarebbero state vecchie, ruvide e consumate da anni di riff, feedback, preziosismi, roghi. Quelle stesse mani che lo hanno reso leggenda oggi forse non avrebbero più suonato per noi, ma sicuramente avrebbero accarezzato una Stratocaster nel buio di una stanza, per ringraziarla e ricordare i tempi in cui era stata un’amica fedele, un’amante passionale, una ragione per vivere.

Il re del rock, il re del blues, il guitar hero dei guitar hero non c’è più da molti anni, eppure c’è ancora. Una verità che vale per lui più che per tutti gli altri. Perché Jimi Hendrix non è stato solo uno dei più grandi chitarristi della storia, è stato il migliore.

Jimi-HendrixRaccontare la sua vita in poche righe sembra impossibile. Sin dai tempi in cui aveva lasciato la US Air Force molti avevano capito che era un predestinato. A Chas Chandler (ex bassista Animals) bastò un attimo al Café Wha? per capire chi aveva davanti. Sul palco c’era un ragazzino che suonava la chitarra come nessuno aveva mai fatto: svisate, assolo sfrenati, accordi ruvidi, distorsioni mai sentite. Era l’erede di Elmore James e Robert Johnson. Un solo pezzo e il produttore decise di portarlo con sé a Londra. Non era una canzone qualunque, era Hey Joe, lo stesso brano che la Jimi Hendrix Experience avrebbe registrato tre mesi dopo come primo singolo, nonostante non fosse un inedito ma una cover di Billy Roberts.

Da lì a poco tempo, il chitarrista di Seattle avrebbe cominciato a costruire la sua leggenda, ma anche a incendiare le sue Fender Stratocaster. La prima volta fu al Finsbury Park Astoria. La band salì sul palco dopo Cat Stevens, Engelbert Humperdinck e i Walker Brothers, artisti che nulla avevano a che fare con il loro stile. Alla fine di Wild Thing, ultimo brano della serata, Jimi versò del liquido infiammabile sulla sua chitarra, tirò fuori dalla tasca il suo Zippo e le diede fuoco. Lo avrebbe rifatto al Festival di Monterey e molte altre volte ancora. Un gesto che non aveva niente di violento, ma che agli occhi del pubblico diveniva mistico, carnale, seducente.

Il rapporto di Hendrix con la sua sei corde è sempre stato unico. Non un oggetto, ma un’icona da suonare con i denti, con i piedi, con i vestiti, con una cassa, con tutto ciò che potesse fare scaturire da essa un suono diverso, primitivo, adrenalinico. Eppure ricordarlo solo per questo vorrebbe dire negare una tecnica e un talento che andavano ben oltre. Era un chitarrista incredibile, capace di virtuosismi impossibili, in grado di suonare ore e ore senza la minima caduta di tono.

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Il resto è storia. L’addio alla Jimi Hendrix Experience, Woodstock e la dissacrante versione dell’inno americano in cui con lo strumento mima i bombardamenti del Vietnam, la band of Gypsys, l’isola di Wight, l’ultima grande esibizione prima di una morte arrivata troppo presto. Pochi giorni prima di andarsene per un’overdose di barbiturici rimasta oscura Jimi Hendrix tornò a Seattle. La storia racconta che prima di prendere un aereo che lo avrebbe portato lontano si girò a guardare per un’ultima volta la sua città natale. In quel momento disse all’amico che gli stava accanto che probabilmente sarebbe tornato solo per la sua sepoltura. Pochi mesi dopo si ripresentò dentro a una bara di mogano scuro. Aveva ragione lui.

Dimenticare Jimi Hendrix è praticamente impossibile. Canzoni come Purple Haze, Foxy Lady, The Wind Cries Mary, Little Wing, Machine Gun, Voodoo Child continueranno a fare storia anche se lui ha deciso di “andare a baciare il cielo” troppo presto. Ciò che ha fatto è troppo, per chiunque: in pochi anni, è riuscito a compiere una vera rivoluzione copernicana musicale, cambiando il modo di fare blues (cambiando il blues), sdoganando la parola “psichedelico”, modificando il rapporto di chi sarebbe venuto dopo con la propria sei corde.

Oggi sarebbero stati settantadue. Buon compleanno Jimi, manchi!

Vittoria Patanè

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Autore dell'articolo: Vittoria Patanè

Vittoria Patanè
Vittoria Patané nasce a Catania il 10 settembre del 1986. Dopo aver conseguito la laurea triennale in "Lingue e Culture europee ed extraeuropee" nella sua città, si trasferisce a Roma, dove ha conseguito la laurea magistrale in "Giornalismo ed editoria". Appassionata da sempre di musica e letteratura, collabora con diverse testate online occupandosi anche di politica ed economia internazionali. Nel tempo libero gira la Capitale in cerca di concerti ed eventi musicali di ogni tipo.

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