IL MALI TRA RISORSE NATURALI E INTERESSI POLITICI

© Pavel Bernshtam – Fotolia.com

Le truppe francesi e maliane stanno avanzando verso il nord del Mali e, dopo aver conquistato Gao nella giornata di sabato, sono arrivate alle porte di Timbuctu, di cui controllano l’aeroporto, a seguito di un doppio attacco aereo e terrestre. A riferirlo, un portavoce dell’esercito francese a Parigi. Ora le forse francesi e maliane controllano l’intero territorio tra Timbuctu e Gao, le due roccaforti dei jihadisti legati ad al Qaeda che quasi un anno fa si erano impossessati della vasta area geografica nella parte settentrionale del Paese. I soldati francesi e maliani non hanno incontrato alcuna resistenza da parte degli islamisti e hanno potuto avanzare liberamente. Il timore è che si siano sottratti al combattimento frontale per preparare azioni di guerriglia e terrorismo in città.

Timbuctu, conosciuta anche come la città dell’oro o la perla del deserto, è stata dichiarata nel 1998 dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità. Fu fondata tra il V e l’XI secolo dai tuareg e per secoli fu il luogo di incontro dei nomadi del deserto, non solo tuareg, ma anche berberi, arabi e africani. Snodo commerciale importantissimo, per secoli è stata una delle città più ricche dell’Africa grazie al passaggio di merci pregiate come sale, avorio, libri e non ultimo l’oro.

Le risorse naturali di cui non solo il Mali ma tutta la regione è ricca sono uno dei motivi che hanno spinto le forse occidentali, Francia in primis, ad immischiarsi nei conflitti tra governo maliano e ribelli. Nel bacino del Taoudeni, tra Mali, Mauritania, Niger e Algeria sono situati numerosi giacimenti petroliferi mentre nelle miniere a sud di Bamako e nel nord est del Paese sono presenti giacimenti d’oro. Importanti miniere di uranio sono collocate tra Mali e Niger e recentemente sono state individuate 420 milioni di tonnellate di bauxite, minerale da cui ricavare l’alluminio. Scoperto a 60 chilometri da Bamako anche un prezioso giacimento di gas con idrogeno puro al 98 per cento, difficilissimo da trovare in natura.

Ma gli interessi internazionali nell’area non si limitano alle sole risorse naturali, ci sono anche ragioni politiche alla base dell’intervento dell’occidente. Il Mali è sede non ufficiale dell’Africom Usa che ha lo scopo di fronteggiare l’invadenza cinese nel continente africano e combattere il terrorismo internazionale.

Il recente caos creatosi nella zona del Sahel risale almeno al 2010 quando nell’Azawad, nasce un movimento per l’autodeterminazione denominato Mouvement pour la libération nationale de l’Azawad (MNLA), che inizia la sua opera di proselitismo nel nord del Paese. Intanto, i mercenari tuareg che avevano combattuto in Libia al fianco di Gheddafi tornano nell’area sahelo-sahariana minacciando la stabilità della zona. Nel gennaio 2012, il MNLA passa all’azione e, dopo aver sconfitto l’esercito maliano demoralizzato, proclama, il 6 aprile, l’indipendenza dell’Azawad. Altre forze ribelli di stampo islamista e jihadista entrano in conflitto per accaparrarsi il potere in quel territorio. Nel frattempo in Mali, il 22 marzo 2012 un gruppo di soldati prende il potere, con un colpo di stato giustificato dal fatto che vi sono difficoltà nel fronteggiare i ribelli tuareg del nord.

Il “problema Mali” viene riconosciuto il 12 ottobre 2012 dall’Onu che però evita di spingere per un intervento militare immediato, incoraggiato invece dalla Francia. Espugnare il nord islamico riducendo il rischio terrorismo è una priorità per le Nazioni Unite che però preferiscono agire per vie diplomatiche senza prendere una posizione netta e definita. Ciò, di fatto, dà il via libera all’azione militare della Francia. L’Algeria, vera potenza del Maghreb, spinge invece per una soluzione negoziale non volendo avere nemici alle porte.

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Piera Vincenti

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Autore dell'articolo: Piera Vincenti

Piera Vincenti è giornalista e copywriter. Si occupa di comunicazione aziendale e pubblica e collabora alla realizzazione di siti web. Laureata in Sociologia, ha conseguito la laurea specialistica nel 2010 dopo aver ottenuto la laurea triennale in Scienze della Comunicazione.

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