I social network, Umberto Eco e gli imbecilli

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©Sergio Siano. Nella foto Umberto Eco

Per alcuni le parole di Umberto Eco sul ruolo dei social network hanno avuto l’effetto di una doccia gelata; l’opinione di un intellettuale del suo calibro non è frutto dell’umore del momento e, di certo, non può essere ignorata. Vediamo i fatti: il 10 giugno Umberto Eco riceve la laurea honoris causa in Comunicazione e Culture dei Media all’Università di Torino. Il discorso di ringraziamento è una stilettata scagliata con classe e, nello stesso tempo, madre di profonde riflessioni: «I social permettono alle persone di restare in contatto tra loro, ma danno anche diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano al bar dopo un bicchiere di vino e ora hanno lo stesso diritto di parola dei Premi Nobel». Snobismo? Semplice ferocia dell’intellighenzia italiana di fronte al potere del Web? Un parere negativo assoluto su un mezzo che, invece, può darci molto? Oppure c’è qualcosa di più in questo discorso duro ma fortemente ancorato all’osservazione della realtà?

I social sono uno strumento di comunicazione importantissimo; è vero quel che dice Eco, essi permettono di annullare le distanze, di scagliare messaggi e notizie da una parte all’altra del globo senza alcun tipo di mediazione. In questo modo le persone si conoscono, possono vedere realtà diverse da quella in cui vivono, sebbene questa sia una visione figlia del mondo virtuale e che, dunque, non può sostituire la bellezza e la ricchezza del viaggio fisico. Tutti noi siamo in contatto o, potenzialmente, potremmo esserlo. Un’idea rivoluzionaria, come una foto del nostro meraviglioso pianeta scattata da una stazione spaziale o, più semplicemente, le immagini di persone care e lontane, possono entrare a far parte del nostro “patrimonio individuale” (in continuo aggiornamento se non ci adagiamo sulla superficie delle cose) emotivo e intellettuale, dei nostri ricordi più belli, ovvero, accompagnarci tutta la vita aiutandoci a pensare, a riflettere, ad amare, a stupirci della bellezza e della conoscenza. Per questo motivo Umberto Eco ha ragione quando parla dei social come filo rosso che collega gli esseri umani. Ogni strumento, lo sappiamo bene, può essere usato per il bene o per il male, con consapevolezza o con leggerezza, con sapienza o con ingenuità. I social network non fanno eccezione. Il mondo reale, poi, ci piaccia oppure no, è popolato tanto da persone di buon senso quanto da “imbecilli”. Il web è una piazza virtuale, una riproduzione in pixel dei celebri salotti, dei bar, insomma, della vita vera, quindi è normale trovarvi varia “fauna” umana. In questa vita vera, almeno in Europa e negli Stati Uniti, vige la democrazia.

Thumbs up, like button on white background.
Thumbs up, like button on white background.

Magari una democrazia un po’ traballante, che avrebbe bisogno di qualche restauro, però c’è, esiste e resiste nonostante tutto, accompagnata dalla libertà di opinione e di pensiero. Ciò significa che il Web, proprio nella sua natura, per dirla tutta e un po’ come nella vita reale, consente il “diritto all’esistenza” sia all’intellettuale che allo sciocco. Del resto nella quotidianità vera il voto elettorale del primo vale quanto quello del secondo. Detto questo le parole di Umberto Eco ci spingono verso ulteriori riflessioni. Se tutti hanno il diritto di esprimersi, speriamo sempre nei limiti del buon gusto e del rispetto, proprio perché Internet è animato, o almeno dovrebbe esserlo (ma non sempre è così, purtroppo), dalla spinta democratica che attraversa buona parte del nostro pianeta, pur con tutti i suoi difetti enormi, è pur vero che gli utenti devono sapersi districare in un mare eterno e tumultuoso di informazioni. A tal proposito abbiamo contattato la blogger Cinzia Di Martino, esperta di social media, web designer e digital marketing. La sua opinione ci fa osservare la questione sollevata da Umberto Eco sotto un altro, interessantissimo, punto di vista: «In relazione alla frase (decontestualizzata) di Umberto Eco, devo dire che fa un certo effetto. Sembrerebbe un misto di superficialità e razzismo 2.0. In realtà il problema sollevato esiste, eccome. E lo vediamo ogni giorno. Le nostra home di Facebook ne è piena. La questione semmai potrebbe essere di prospettiva. social-umberto-eco-imbecilliMi spiego – dice la Di Martino -. Quando gli “imbecilli” parlavano nei bar o nelle piazze di paese, lo facevano in presenza di poche persone, che con ogni probabilità nel giro di mezz’ora avevano già dimenticato le parole sentite o evitato di dar peso dando la colpa al vino. Oggi non solo si scrive senza filtrare, si pubblicano stati sulla scia emozionale del momento senza pensare a ciò che potrebbe succedere, ma non si leggono o si ignorano le prospettive e i commenti altrui. Parlando di imbecillità, Eco ha guardato le cose dal punto di vista dei contenuti: da imbecilli, appunto. Ma si è perso la prospettiva dell’ignoranza dello strumento. Per quanto intelligente, se nessuno mi spiega come usare uno sfigmomanometro o uno specifico programma di contabilità o come fare la pasta in casa, io potrò solo dimostrare la mia imbecillità. Il web ha dato un potere enorme ai singoli, ma come in tutte le cose se non si spiega lo strumento, difficilmente si potranno vedere risultati degni di nota».

Ecco il punto della situazione ben illustrato dalla blogger: notizie personali, politiche, sociali, veicolate da Facebook, Twitter e Co. hanno una certa influenza sulla nostra psiche, ma non sono ben filtrate, come ci fa notare Cinzia Di Martino. C’è una doppia “incoscienza”, quella delle parole e quella dello strumento. Dovremmo, dunque, imparare a selezionare i dati, leggerli con occhio critico e mente aperta per interpretarli alla luce delle nostre conoscenze e decidere se aprir loro le porte della nostra memoria oppure no. Facile? Neanche per idea. Ci vuole tanta pratica e una voglia smodata di non fermarsi alle apparenze, ma non è impossibile. Vediamo questi punti uno per uno, insieme agli studi scientifici collegati che ci aiutano a capire meglio il funzionamento dei social e della psicologia umana.

I Social, Umberto Eco e gli imbecilli: Selezionare i dati

Marco accende il pc e accede a Facebook. Ha una gran fretta di sapere le ultime novità dei suoi amici, ma anche della politica e della società. Cosa è successo oggi? Bisogna stare attenti a non perdersi nulla o si rischia di rimanere tagliati fuori da chissà quale occasione. Il social fa sentire il giovane Marco connesso col mondo, immerso nel presente, vivo. Può interagire e dire ciò che pensa, anche con un semplice like e ricevere pareri da altre persone che possono essergli d’aiuto nei momenti importanti, come in quelli di sconforto, regolarmente registrati in status giornalieri. Marco guarda l’orologio; ancora cinque minuti. E’ necessario rispondere ai messaggi, se si vuole esser presi in considerazione e conoscere le ultime tendenze. Le lancette corrono. Sono già passate due ore. E i compiti? Non ci vorrà molto a completarli, tra un po’ ha intenzione di iniziare. Ancora cinque minuti…

Macrolibrarsi.it un circuito per lettori senza limiti

socialMarco è un personaggio di fantasia ma, in realtà, potrebbe somigliare a molti di noi, ogni giorno connessi, sempre lì, online, per paura di perderci qualcosa di favoloso. Siamo sommersi, saturi di parole, ma non riusciamo a staccarci dai social e da Internet in generale. Scegliere in un mare di informazioni è, sicuramente, il passaggio più difficile ma doveroso. Il sapere non è più riservato a una ristretta élite che può permettersi costosi volumi e precettori, è un dono accessibile a chiunque abbia voglia di imparare; da una parte ciò rappresenta il vantaggio del progresso, un’evoluzione strabiliante, ma c’è anche il rovescio della medaglia. Tutto è troppo, la nostra mente non può contenerlo. Allo stesso modo troppi “amici” o contatti che dir si voglia vanno a formare una nebulosa social in cui noi stessi non riusciamo più a distinguere stella per stella. Insomma non possiamo star dietro a tutto, dobbiamo selezionare. Più facile a dirsi che a farsi. Facebook, tanto per citare il social network più importante e popolare, è nato come una sorta di annuario accademico online. Forse neppure il suo fondatore, Mark Zuckerberg, aveva previsto un tale successo, eppure, perfezionandolo con il tempo, ha intuito con grande acume cosa volessero le persone e glielo ha apparentemente donato gratis. Una delle cose che la gente vuole è essere aggiornata sui fatti che riguardano gli altri, siano amici o sconosciuti, meglio ancora se vip. Teniamo a mente questo punto, perché è strettamente correlato ad altri di cui parleremo successivamente in questo articolo. Il pettegolezzo, per dirla in parole povere, è connaturato alla natura umana e ha la propria “dimora” vicino a quella dell’integrazione sociale. Sapere è potere, ovvero, se conosciamo creiamo connessioni con gli altri, ci scambiamo informazioni e, così facendo, facciamo evolvere la nostra vita all’interno della comunità. Siamo accettati (benché questa non sia la sola condizione per avere un ruolo in una società, è quella su cui ci concentriamo oggi). Selezionare vuol dire avere le informazioni “giuste”, “di valore” per sé e per gli altri. E’ anche una specie di “economia mentale”, ma dobbiamo saperla esercitare. Molte persone, oggi, sono vittime della cosiddetta FOMO, acronimo per fear of missing out, cioè la costante inquietudine di non esserci, di non vedere che altri stanno facendo cose diverse, nuove, interessanti, una mania di controllo online e un bisogno eccessivo di sapere stando connessi. Molti sono gli studi effettuati per capirne cause e conseguenze. Secondo lo scienziato Andrew Przybylski questa paura è collegata all’insoddisfazione personale e alla tendenza alla distrazione. In sintesi la FOMO è uno dei motori che fanno funzionare così bene i social come Facebook o Twitter. Strumenti di comunicazione pensati proprio per farci stare su tali siti il più a lungo possibile. In questo modo abbiamo l’illusione di poter avere tutto a portata di click, di poter sapere qualunque cosa, di “esserci” al momento giusto e al posto giusto, distraendoci da una vita vera che forse, in parte, vorremmo cambiare. Le controindicazioni sono molte: sovraccarico di informazioni con conseguente svogliatezza nella lettura di libri (ebook o cartacei) o riviste, uso patologico dei social e assuefazione, procrastinazione di doveri (e passioni, proprio quelle che ci rigenerano) che facciamo accumulare per poi disperarci quando ci troviamo a dover fare i conti con le scadenze, trascuratezza di familiari e amici, incapacità di relazionarci “dal vivo” con gli altri, saltare da un compito all’altro come fossero i post di Facebook, con l’errata convinzione di essere produttivi quando, invece, stiamo solo praticando l’inutile multitasking.

Cosa fare, quindi, per evitare tutto questo?

  • Staccate la spina e meditate, immergetevi nella natura o, se non potete, almeno nei vostri pensieri pur restando in casa. Non dovete sapere tutto, non è importante e dovete convincervene. Come vivevate prima della nascita dei social? Usate il mezzo, non lasciatevene dominare. Questo ci dicono i blogger esperti di mindfulness come Leo Babauta, che ha deciso di abbandonare i social anche per i motivi suddetti. Certo, se non volete non dovete cancellare il vostro profilo, ma capire che la vita vera non la vivrete mai attraverso un computer. Uscite dalla vostra zona di comfort, come la definiscono gli esperti di crescita personale. Rischiate, buttatevi.
  • Leggete ciò che vi interessa davvero e fate una buona “dieta mediatica” tagliando tutto ciò che non vi serve o che, passati alcuni giorni, non riuscite proprio a leggere. Non “smozzicate” notizie qua e là. La scuola, ormai, deve insegnare anche questo, a documentarsi su fonti offline e online e a creare nuove connessioni cerebrali utilizzando le proprie risorse, senza leggere e copiare acriticamente e passivamente. Ciò significa approfondire i temi, ricercare e non fermarsi alla superficie. Inutile, insomma, fare (o leggere) cento cose contemporaneamente senza sviscerarne davvero nessuna. Di più: una ricerca del 2009, fatta dall’Università di Stanford, ci mette in guardia dal multitasking, perché il nostro cervello non è programmato in questo modo e forzarlo non fa che ridurre il livello delle nostre prestazioni. Addirittura una ricerca della University of London sostiene che il nostro quoziente intellettivo si abbassi, nel multitasking, di 15 punti!
  • La vostra attenzione non è un caleidoscopio in grado di frammentare tutto ciò che osservate e restituirvelo intatto e tutto insieme; il suo potere è limitato e va nutrito con l’esercizio quotidiano verso le piccole cose e con la calma. Siate, permettetemi il termine, più “cinici” e avari di attenzione (sempre con educazione nei riguardi del prossimo), perché è un bene prezioso che rischia di disperdersi tra inutili distrazioni, troll del web e bufale varie, facendovi perdere di vista i vostri obiettivi e minando la vostra creatività. Un blogger di fama e talento come Seth Godin ha eliminato la sezione commenti dal proprio blog per questi motivi.
  • Prendetevi il vostro tempo e un po’ di sana solitudine creativa per qualunque cosa: leggere, scrivere, o stirare i panni. Concentratevi nel momento presente, sulle vostre sensazioni e “ricordatevi” di esistere.

I Social, Umberto Eco e gli imbecilli: Leggere e interpretare i dati

Da alcuni giorni il rendimento scolastico di Marco era calato. Si sentiva ingolfato, non aveva più tempo e il suo primo pensiero, ogni mattina, era quello di connettersi, soprattutto se aveva lasciato in bacheca un post la sera prima. Di sicuro i suoi amici lo avevano commentato. Cosa potevano aver detto? E se avesse fatto una pessima figura? Una cosa era certa: non poteva più andare avanti così; non era possibile aprire il libro di Storia e non riuscire più a leggere il primo paragrafo senza distrazioni, senza voli di pensieri. Il giudizio degli altri lo teneva incatenato, come le belle fotografie dei suoi compagni sempre intenti a ridere, scherzare, essere entusiasti. Dove trovavano il tempo e la forza di essere perfetti in ogni momento? Solo il pensiero della pila di compiti da fare rendeva Marco piuttosto nervoso mentre, invece, avrebbe solo voluto mostrare a tutti quanto era, o forse doveva essere, in forma smagliante.

Abbiamo capito che non possiamo sapere tutto e, piano piano, stiamo eliminando il superfluo. Ci sentiamo un po’ come Michelangelo: liberiamo da ciò che non serve l’opera d’arte, la statua che è la nostra vita vera, la nostra concentrazione, ciò che per noi conta davvero.

© vlorzor - Fotolia.com
© vlorzor – Fotolia.com

Eppure c’è ancora qualcosa che non va come dovrebbe: apriamo i social e ci ritroviamo davanti una sfilza di selfie coloratissimi e allegri, autopromozioni piuttosto aggressive, persone che ci tengono a far sapere quanto sono felici e quale magnifica esistenza stiano conducendo. Ci sentiamo tagliati fuori, rigettati nella nostra vita di sacrifici quotidiani e ogni sforzo per uscirne sembra vano. Quelle informazioni erano “indesiderate”, non avremmo voluto sapere e, in certi casi, possono rovinarci l’umore. Ci scopriamo un po’ invidiosi e vorremmo rispondere mettendoci in mostra ancora di più, in un perfido giochino al massacro social. Pensiamo perfino alle parole fintamente umili che potremmo scrivere. Fermiamoci a ragionare: abbiamo visto che uno dei motori del social è l’informazione a tutti i costi che sfocia nel pettegolezzo e nella FOMO. Collegato a questo vi è un bisogno umano ancora più impellente: essere notati e, dunque, invidiati. I social network tirano fuori il bel Narciso che è in noi o, almeno, nelle personalità più predisposte. Vogliamo far vedere che va sempre tutto bene, che siamo sempre felicissimi, bravissimi, intelligentissimi e impegnatissimi nel sociale. Spesso, purtroppo, si tratta solo di una facciata. La FOMO e il narcisismo, a ben guardare, sono due facce della stessa medaglia. Spiare ed essere spiati consapevolmente.

Anche questa è una strategia per essere accettati e posti nella società, solo su un gradino più alto che vorremmo creare noi. Per far questo non possiamo mostrarci tristi, né svogliati, né incapaci di far qualcosa. Ogni imperfezione, dal brufolo al problema esistenziale, deve sparire con un po’ di Photoshop. Lo vogliamo davvero? Sicuri che tutto questo non generi ansia spasmodica e non ci incateni a una personalità che non ci appartiene? Dov’è la libertà? Siete certi che le persone ottimiste e con una vita brillante abbiano tempo e voglia di postarla online? Le ricerche scientifiche in questo campo sono state innumerevoli e si continuano a fare. Numerosi sono gli appelli degli esperti affinché si riscopra la bellezza del non detto, del lato privato dell’esistenza, dell’attimo da vivere e non da fotografare. Nel 2013 la University of Winsconsin-Madison ha effettuato uno studio su 159 studenti universitari. Gli esperimenti a cui questi sono stati sottoposti dovevano monitorare il livello di autostima e quello cognitivo.

I risultati sono impressionanti: per gli utenti, a quanto pare, guardare il proprio profilo è come vedersi in uno “specchio delle brame” che dice a gran voce chi è il più “bello del reame”. Status e foto scelti con minuzia restituiscono un’immagine patinata, senza sbavature, donando una dose di autostima che, però, dura poco. Alcuni studi tedeschi, riportati sul Time, mettono l’accento sulla pressione sociale che influenza gli utenti dei social imponendo, in maniera più o meno implicita, il tipo di immagine da dare, di successo. Ciò, però, ha conseguenze distruttive sulla serenità e sul senso di solitudine. Tutti questi studi, ricordiamolo, non vanno presi come “legge immutabile” e, certamente, non tutti quelli che usano Facebook e i “suoi fratelli” hanno tali problemi, però è bene stare in guardia.

Abbiamo, forse, imparato a selezionare i dati, ma non del tutto se ci sono ancora post o immagini capaci di farci sentire depressi o, addirittura, falliti.

Cosa fare a questo punto?

  • Lasciar andare, non soffermarsi su foto e affermazioni. In questi casi serve un po’ di sano menefreghismo. Pensate che ogni esistenza è unica ed è fatta di luci e ombre. Non prendete alla lettera tutto ciò che leggete e, se potete, evitate di sbirciare; vi farà perdere meno tempo e potrete dedicarvi ai vostri veri obiettivi.
  • Ho detto obiettivi, sì e quelli non li troverete online ma fuori, nella vita quotidiana. Vi costeranno sforzi e fallimenti, ma tutto questo e molto di più è la vita, appunto. Curate di meno il profilo e più voi stessi e la vostra serenità interiore. Passeggiate, uscite con amici, osservate ciò che avete intorno, meravigliatevi. Lo so, sembrano parole da guru di crescita personale, eppure il nostro stare continuamente chini su smartphone e tablet non ci consente di attraversare paesi e città con consapevolezza. Non siamo zombie nutriti a pixel e tag, ma uomini e donne in carne e ossa che hanno bisogno di respirare aria pura (e vera).
  • Dedicatevi agli hobby e alle passioni offline. Sono un toccasana e vi costringono a “stare al mondo”.
  • Non fissatevi su like, commenti e condivisioni. Se postate qualcosa siatene convinti, chiedetevi l’utilità di quel messaggio e non preoccupatevi eccessivamente di algoritmi e visibilità. Le regole, purtroppo, soprattutto per quel che concerne Facebook, sono in continuo aggiornamento e, talvolta, sono pure discutibili. Pensate alla qualità piuttosto che alla quantità.
  • Riscoprite il piacere della privacy, createvi uno “spazio incontaminato” solo per voi, in cui pensare con la vostra testa, magari, con un po’ di scetticismo. La solitudine non è sempre un male, ma un sistema per riscoprire se stessi e ricaricarsi. Gli artisti, questo, lo sanno bene.
  • Non invidiate e non cercate di essere invidiati. Sono certa che le vostre energie possono essere spese meglio, soprattutto se non conoscete davvero chi sta oltre il monitor e non potete valutare le sue affermazioni.
  • Leggete tanti libri. Non esiste, oltre al contatto diretto che crea l’esperienza, un sistema migliore per conoscere l’umanità, vizi e virtù compresi.

 

I Social, Umberto Eco e gli imbecilli: la memoria, bagaglio dell’esistenza

 Marco ha radicalmente cambiato stile di vita. Troppe informazioni, foto, opinioni, status. La mente era divenuta più pesante di un macigno. Ormai ha preso consapevolezza che è lui a usare lo strumento, non il contrario. Ci è voluto del tempo per staccarsene, per sostituire le ore passate davanti al pc con nuove e più salutari abitudini. Ci è riuscito e, visto da fuori, Facebook non sembra più tanto importante. Finché ci sei hai l’impressione che tutto debba essere notato e commentato. Da fuori ti accorgi che il mondo va avanti senza tag, che non tutti vogliono essere famosi, o filosofi da social e che il tempo perso dietro a litigi e like nessuno te lo restituisce. Marco non ha cancellato il profilo, ha solo imparato che “meno è meglio” e che ha trascurato troppo a lungo il campetto da calcio vicino casa, oltre allo studio. Non diventerà un calciatore professionista e non ha bisogno di mostrarsi in un selfie. Vuole solo divertirsi e giocare al grande gioco della vita.

Abbiamo visto che la concentrazione, il tempo, la volontà e l’attenzione sono risorse potenti ma limitate. Lo stesso vale per la memoria, in teoria infinita, in pratica, di questi tempi soggetta a inutili sovraccarichi creati anche da ansie, stress e pressioni di vario tipo, online e offline. Uno studio di Linda Henkel, della Fairfield University (Connecticut) sostiene che troppe fotografie destabilizzino la nostra memoria, ovvero più facciamo foto più siamo predisposti all’oblio, visto che per ricordare ci basta l’immagine scattata. E’ come se non allenassimo più il “muscolo” della memoria. Se fotografiamo per condividere lo scatto è anche peggio, perché non viviamo davvero il momento e, quindi, il ricordo che si forma è più sfocato. Un’altra ricerca del KTH Royal Institute of Technology di Stoccolma ha stabilito che i social media ingolfano la memoria a breve termine, facendoci perdere dati ben più importanti per far spazio ai nuovi, seppur inutili o dannosi.

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Ciò significa andare a guastare le nostre capacità di apprendimento e di trasferimento dei dati dalla memoria a breve termine a quella a lungo termine.

C’è qualche rimedio? 

  • Staccare o, almeno, moderare il tempo trascorso su Internet e gli impulsi ricevuti. Fate riposare il cervello, fatelo ragionare con calma e non sovraccaricatelo con sciocchezze. Vi interessa davvero l’ultima bufala virale sul web?
  • Di solito tendiamo a ricordare più le critiche che i complimenti; ciò, però, ci porta a trascurare la nostra vera essenza, le nostre intuizioni e, quindi, la nostra creatività. Cercate di ignorare le parole distruttive e focalizzatevi sui consigli costruttivi. Se, però, tali opinioni, sebbene in buona fede, non vanno bene per voi, lasciatele andare, rischiate e sbagliate, se è il caso, in prima persona. Imparerete prima e meglio.
  • Eliminate le notifiche dei social network e pulite la vostra casella di posta. Vi serve spazio virtuale e fisico per ciò a cui tenete veramente.

Conclusioni

Umberto Eco, con il suo discorso sui social e sugli imbecilli, un po’ controcorrente, ci ha portati lontano. Forse non è vero, come sostiene lo scrittore, che si tornerà a leggere unicamente i giornali di carta. E’ probabile che dovremo fare i conti con “gli imbecilli” per sempre, online e offline, ma non lasciamo che i social ci inebetiscano, che rendano tutti noi degli “schiavi intellettuali ed emotivi”. Questo non è un articolo contro i social network, nonostante le apparenze (ma abbiamo detto che non dobbiamo fermarci lì). Parliamo di consapevolezza, di esseri umani che possono e devono imparare a tirare fuori il meglio, a servirsi della tecnologia con buon senso. Ricordiamoci sempre il rispetto reciproco, colonna che oggi è sempre più erosa dalla mania di protagonismo, dal “chi urla più forte vince”. Distinguiamoci dagli “imbecilli” nella vita e nel Web. Tutti hanno diritto di parola, lo abbiamo detto, ma non sarebbe il caso di usare al meglio tale libertà e gli strumenti di espressione? Possiamo essere “più” con “meno”? Possiamo imparare a ignorare chi fa della stupidità un pavido mestiere non retribuito ma gratificante per bassi istinti? Non solo possiamo, ma dobbiamo.

 

Francesca Rossi

Sitografia

cinziadimartino.it

www.forbes.com

www.talentsmart.com

www.lastampa.it

www.linkiesta.it

www.panorama.it

www.theatlantic.com

techland.time.com

healthland.time.com

www.wired.it

www.corriere.it

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Autore dell'articolo: Francesca Rossi

Francesca Rossi
Francesca Rossi, romana, è specializzanda in "Lingue e Civiltà Orientali" a “La Sapienza", ha vissuto ad Alessandria d'Egitto per approfondire lo studio della lingua e la cultura araba. Gestisce tre siti: "La Mano di Fatima", "Divine Ribelli", "Angelica la Marchesa degli Angeli". Per la casa editrice “La Mela Avvelenata” ha scritto diversi racconti tra cui “La Spada di Allah” e partecipato a molte antologie come “50 Sfumature di Sci-Fi” con il racconto “La Preghiera della Sera”. E’ in pubblicazione il suo romanzo “Il Palazzo d’Inverno” e in fase di scrittura l’opera a tema islamico “Alamut”. Il sito: http://elioreds.wix.com/francescarossi Pagina Fb: https://www.facebook.com/FrancescaRossiAutrice

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