“Come fai sbagli”: la fiction vista da Enrico Ianniello

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Stiamo conoscendo sempre più la versatilità di Enrico Ianniello e nella seguente intervista avvertiamo come l’attore sappia dare voce a tutte le declinazioni dell’Arte che gli sono proprie. Ianniello domenica 20 marzo ha debuttato in prima serata su RaiUno con la fictionCome fai sbagli” nel ruolo di Paolo Piccardo. Sposato con Laura (Caterina Guzzanti), padre di tre figli, li alleva secondo regole e un’impostazione molto tradizionale. Come vicini di casa la coppia si è ritrovata il loro opposto, almeno apparentemente, la famiglia Spinelli, in cui Walter (Daniele Pecci) e Valeria (Francesca Inaudi), conviventi, sfoggiano tutta la modernità possibile verso i due figli, di cui la più grande, Zoe, è nata dal precedente compagno della donna. Enrico Ianniello è cresciuto sulle tavole del palcoscenico, mangiando quella polvere che ha cercato con tutto se stesso attraverso la sana gavetta; si è formato presso la Bottega Teatrale di Firenze di Vittorio Gassmann. Al grande pubblico è diventato noto nei panni del commissario Nappi in “Un passo dal cielo” con Terence Hill. Ultimamente ne abbiamo apprezzato anche la penna di scrittore di romanzi e chissà che non ci faccia riassaporare in futuro anche quest’altro aspetto. Ma ora la parola all’attore per approfondire quest’ultima fiction targata Rai, le dinamiche famigliari, scoprire i prossimi progetti e tanto altro ancora.

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Enrico Ianniello, com’è nata la sua partecipazione alla fiction “Come fai sbagli”?
Mi ha chiamato uno dei due registi Riccardo Donna (l’altra regista è Tiziana Aristarco, nda) parlandomi subito del ruolo di Paolo Piccardo, ritenendo che potessi farlo bene perché è un antipatico simpatico, il quale, nel corso del tempo, diventerà amabile agli occhi del pubblico nonostante questo caratteraccio così rigido. Mi è sembrato bello prendere parte a questo lavoro perché è un argomento che riguarda tutti noi trattando di come si crescono i figli visto da genitori, ma l’abbiamo vissuto anche tutti come figli. “Come fai sbagli” racconta proprio il cambio della società. La famiglia è un riflesso del mondo e il mondo è un riflesso della famiglia, dove per famiglia intendiamo semplicemente un nucleo di persone che si vogliono bene.

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Come definirebbe in pochi aggettivi il suo Paolo Piccardo?
Lo definirei assediato dall’idea che si è fatto di se stesso, della propria famiglia e di come deve andare il mondo. A questi personaggi, narrativamente, in genere succede che la realtà poi gli fa uno sgambetto e diventano simpatici.

Piccardo vive molto anche delle proiezioni che fa sui figli…
Sì, ha in mente già come devono essere fatte le cose e quello che poi accade con i figli è che non solo loro fanno parte di quella realtà che fa lo sgambetto, ma fanno anche di tutto per diventare un’altra persona, il famoso «Sparte e Capisci» (separa e capisci, nda) del romanzo (Ianniello si riferisce a “La vita prodigiosa di Isidoro Sifflotin”, edito da Feltrinelli per cui ha vinto il Premio Campiello Opera Prima 2015, nda). Se uno ama questo percorso di separazione, deve controvoglia amare questi momenti di difficoltà che nascono dal tentativo di un’altra vita di affrancarsi dalla tua.

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A proposito di questo, nella prima puntata di Come fai sbagli Zoe (Sofia Panizzi), la figlia dell’altra coppia, dice a sua madre: «spero proprio di non diventare come te»; mentre Giulio (Giuseppe Spata), il figlio di Piccardo, afferma di non poter mai raggiungere quello che è il padre, quasi anche un po’ per scelta…
Esatto, soprattutto un po’ per scelta.

Ianniello, ha voglia di raccontare la sua esperienza personale come padre?
Io sono completamente l’opposto di Paolo Piccardo. Potrei dire che, come tutti, sono un po’ Piccardo, un po’ Spinelli, ma come una tendenza più spinta verso la famiglia Spinelli. Cerco di avere con mio figlio un rapporto in cui le regole arrivano dopo, non perché siano meno importanti, ma perché ci si giunge in quanto scoperta insieme. È anche vero che mio figlio è piccolo, ha dodici anni per cui non siamo ancora arrivati alla fase vera dello scontro.

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Come figlio si imbocca o la strada dell’emulazione o quella di prendere le distanze…
Sì o persino tutte e due: emuli e poi ti scontri a seconda dell’età. Come figlio mi sono allontanato presto dalla mia famiglia perché i miei avevano un bar e io non facevo attività pericolose, non frequentavo cattive compagnie per cui i miei si fidavano molto di me. Questo mi ha consentito di prendermi i miei spazi. Dai sedici anni, inizialmente in modo saltuario, sono andato a vivere lontano dalla mia famiglia per cominciare la gavetta teatrale e quindi non avevo lo scontro quotidiano.

Nell’arco delle prossime puntate ci sarà un’evoluzione nel gioco dei ruoli?
C’è un’evoluzione ed è in chiave di commedia. Posso darvi come anticipazione che in uno di questi famosi sgambetti della realtà Paolo Piccardo diventa depresso e quindi anche comicissimo. È un cambiamento come nelle vite di tutti noi, lento, graduale, fatto di scoperte.

Enrico Ianniello, “Come fai sbagli” è stata programmata subito dopo la fiction “Tutto può succedere” che, a modo suo, aveva sempre al centro la famiglia. Da artista e anche da spettatore in cosa si differenzia dalle altre fiction che hanno parlato e parlano di famiglia?
Purtroppo non so dirlo perché non ho visto gli altri lavori né sto riuscendo a vedere la mia in quanto a quell’ora io sono quasi sempre in scena. Credo che la nostra fiction abbia dalla sua il fatto di presentare una famiglia anticonvenzionale, non perché uno dei due nuclei protagonisti lo sia, ma perché, secondo me, si possono considerare un’unica famiglia tutte queste persone. È come se Piccardo e Spinelli fossero una famiglia sola all’interno della quale ci sono tutte le differenze. Può essere divertente, tra gli italiani, dare un po’ un derby se si sia più Piccardo o Spinelli però sapendo di appartenere alla stessa grande famiglia.

Cosa risponderebbe Enrico Ianniello a chi magari critica il fatto che molte produzioni italiane si rifacciano a format stranieri e che afferma che l’unico modo per fare fiction sia copiare?
Intanto io non credo nella copiabilità di certe cose, puoi “copiare” il format, ma nella sostanza è necessariamente molto diverso e questa serie è molto differente dall’originale francese. Lo è ontologicamente perché siamo italiani e non francesi, determinati argomenti li affrontiamo in un altro modo, perché nel nostro modo di parlare, recitare, muoverci, guardarci, oserei dire nella nostra lingua che non si riferisce solo alle parole dette, raccontiamo un mondo diverso. Abbiamo preso un po’ di trama, non credo che si tratti di rifare pedissequamente qualcosa fatto da un’altra parte. Detto questo, vanno ricordati anche i prodotti superlocal come “Gomorra” e quelli sono esportabili, ma si tratta di un altro discorso, non sono affatto paragonabili.

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Ci sono dei modelli illustri a cui vi siete ispirati?
Recitativamente non mi sono rifatto ad alcun modello in particolare; umanamente a tutti quei genitori rigidi che ho visto attorno a me, non i miei per ciò che raccontavo. Ne vedo tuttora tanti che si fanno precedere dai propri pregiudizi e paure cercano di preconfezionare il rapporto padre-figlio. A mio parere nella natura più profonda di questa relazione c’è proprio il fatto che, a un tratto, tuo figlio ti stupisca perché fa le cose non come le fai tu e questa è una cosa buona perché il mondo in cui vivrà non è quello in cui sei vissuto tu. Lui deve nuotare in un mare diverso da quello in cui ho nuotato io, il mondo di mio figlio è digitale, poi certo vedo che in fondo alcuni atteggiamenti sono simili, però la declinazione è diversa.

Quando si pensa alla famiglia, al cinema vengono subito in mente le pellicole di Ettore Scola. Anche a lei appartiene come immaginario?
Sì, insieme ad alcune adunate famigliari di Nanni Moretti come le cene con il mont blanc o la spiegazione di «fica, non figa» durante una tavolata in famiglia in “Ecce bombo” (1978). Su tutti, necessariamente nel DNA mi porto queste grandi famiglie eduardiane che mi sono rimaste dentro sia per cultura, sia perché sono le commedie che abbiamo sempre visto da bambini sia perché l’ultima grande famiglia alla quale ho partecipato teatralmente era quella di “Sabato, Domenica e lunedì” per la regia di Paolo Sorrentino, che con Toni Servillo abbiamo portato in tutta Europa.

Tempo fa disse che il commissario Nappi di “Un passo dal cielo” era riuscito a portare le persone a teatro per vedere i cuoi spettacoli, crede che possa accade anche il processo inverso non ghettizzando più il mezzo televisivo?
Un po’ sta accadendo, ci sono spettatori che mi sono venuti a salutare dopo la rappresentazione e mi hanno detto che in serata avrebbero visto la fiction. Sono due mondi estremamente diversi, l’immersione totale che ti offre il teatro è un altro discorso rispetto a quello dato dalla televisione e per me è importante che rimangano “separati” cioè non voglio fare in teatro surrogati della tv e viceversa. Per me è difficile, ma al contempo mi piace tanto stupire e spiazzare gli spettatori nel senso che se vengono a vedermi in teatro non troveranno Nappi e se mi seguono in tv non potranno vedere il becchino balbuziente de “I giocatori” e così via. Il tutto per una ricchezza e non nell’ottica di un impoverimento anche perché credo che ogni mezzo vada rispettato per la specifica natura e che quindi vadano proposti contenuti ad hoc.

 

I prossimi progetti di Enrico Ianniello?
Sono al quarto anno di tournée per “I giocatori”. L’anno prossimo mi auguro di riprendere “Eternapoli” che è stata una grande esperienza umana per me e per chi è venuto e viene a vederlo, poi spero di realizzare un nuovo testo di Pau Miró sempre con la mia traduzione e messa in scena.

Isidoro Sifflotin, invece, tornerà?
Avrei voglia di realizzarne un film.

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Avrei voglia di concludere quest’intervista rilanciandole una battuta di Paolo Piccardo ascoltata durante la prima puntata della fiction in un dialogo con suo figlio. «Corriamo per vincere, per scavalcare gli altri». Ianniello per cosa corre?
Sono d’accordo più con mio figlio in quella serie che non con questa battuta. Corro perché mi piace correre, perché mi piace fare questo mestiere in tutte le sue diverse forme. Il nostro lavoro si nutre fortunatamente di una cosa che si chiama originalità che è necessaria per questa professione, non ci sono due attori uguali per cui questo discorso carrieristico di scavalcare gli altri è messo un po’ in secondo piano. Ovviamente esiste anche nel nostro settore, sarei un ingenuo sprovveduto a negarlo, però la componente di quella parte di te stesso che racconti al mondo è così forte che ci si può “accontentare” anche solo di questo e cioè di correre per il piacere di correre con la propria voce.

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Autore dell'articolo: Maria Lucia Tangorra

Nata a Conversano (Ba) nel 1987, da alcuni anni si è trasferita a Milano per coltivare la passione per cinema, teatro e giornalismo col desiderio di farne un lavoro. Free-lance, critico e corrispondente dai festival per web magazine di cinema e teatro; ha realizzato anche reportage e approfondimenti di spettacoli tra cui “Invidiatemi come io ho invidiato voi” di T. Granata e “Un giorno torneranno” ideato e interpretato da S. Pernarella. Si è appassionata al cinema e al teatro vedendo recitare gli attori forgiati dal maestro Orazio Costa Giovangigli e da lì ha cercato di conoscere i diversi modi di fare e vivere il teatro e il cinema (senza assolutamente disdegnare alcuni lavori televisivi di qualità). Quando ha sentito sul palco queste parole: «Sai cosa vuol dire vivere in un sogno? Ciò che tu non sei, sei: e, ogni notte, lo frequenti» (dal testo teatrale “Orgia” di P. P. Pasolini) ha pensato che questo accade quando ci si immerge nel buio della scatola magica e della sala cinematografica. Grazie a questo lavoro fatto anche di incontri umani, non solo professionali, pensa che senza il teatro e il cinema il respiro sulla vita sarebbe diverso perciò, nonostante tutto e tutti, crede che di cultura e arte si possa vivere e che le passioni possano trasformarsi in una professione.

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