Arancia Meccanica, spettacolo di alto livello: ecco perché

Questa Arancia Meccanica teatrale è destinata a far parlare a lungo di sé. Come il romanzo di Burgess nel 1962 (pensiamo che genialità!), come il film di Kubrick nel 1971, non è solo la distopia che colpisce, impressiona e sconvolge. In questo caso c’è il lavoro registico di Gabriele Russo che travolge lo spettatore, lo tramortisce, lo spiazza al punto che diventa interessantissimo osservare le reazioni della platea oltre lo spettacolo messo in scena. Il Teatro Eliseo, nell’anno della sua rinascita, ha il coraggio di proporre una delle novità più interessanti, se non altro esteticamente, dell’intera stagione teatrale romana. Non è un adattamento del romanzo o del film, bensì del testo teatrale che lo stesso Burgess scrisse nel ’90 per la Royal Shakespeare Company, quindi con una sua drammaturgia autonoma rispetto al capolavoro cinematografico, seppur sia inevitabile un confronto nell’immaginario di ogni spettatore. Come mettere in scena una storia dai complessi risvolti, non tanto sociologici (che il teatro sa trattare agevolmente), quanto dal punto di vista delle immagini, del loro “montaggio”, per non tradire la storia violenta, profetica e angosciante di Burgess? Mettendo in secondo piano il testo per liberare quanto di più affascinante e coinvolgente si possa realizzare sul palcoscenico: immagini, scene, musiche (strepitose, di Morgan), costumi, luci, tutto diretto magistralmente da una regia rigorosa, precisa come un orologio, imprescindibile per una macchina scenica di tale complessità. La storia dei “drughi”, del loro capobranco Alex, la loro ultraviolenza, sovrastata dalla occulta manovra di un potere costituito superiore, oseremmo dire “illuminato” come ben simboleggiato in una delle scene più potenti e inquietanti dell’intera pièce, quella del Korava Milk Bar, rifornimento di droghe istituzionalizzato per i tre disadattati, con quell’occhio incastonato nel triangolo che sovrasta il palco e lo slogan “il latte te lo do io”.

©Francesco Squeglia
©Francesco Squeglia

 

Ed è proprio questo il punto focale, il senso di Arancia Meccanica, o almeno il più evidente. La violenza di Alex e la sua banda, in questo non luogo ricostruito sul palcoscenico, proiezione della sua mente imprigionata ormai e cavia da laboratorio nel tentativo di rieducazione, è spontanea o prodotto confezionato? In un acquario scenico in cui si susseguono fatti reali, ricordi, violenze non solo fisiche, è lui l’emblema del male o è solo un riflesso dello stesso? Esperimento sfuggito di mano al potere massificante, effetto collaterale di una società priva di scelte proprie, oggetto mediatico da strumentalizzare a seconda delle situazioni, pro o contro il potere costituito. Controllato, demonizzato, riformulato, e in tutto questo il terribile drugo marionetta va in mille pezzi e si chiede: “quando vi occuperete di me?”.

Arancia Meccanica è una macchina scenica potente, visionaria, inquietante. Non facile, certo, adotta un linguaggio teatrale non comune, spiazzando il pubblico che, alla fine, è diviso. Certo è che questo spettacolo rimarrà nella memoria e farà discutere, come accadde col film, ma non si può metterne in dubbio l’alto livello registico e scenico. Le idee di Gabriele Russo sono tante e raffinate, le musiche deformate da Morgan sono perfette, una rilettura rock di Beethoven che è una drammaturgia supplementare. Le scene surreali, delle vere installazioni artistiche di Roberto Crea, riportano alla memoria l’estetica della violenza e la deformazione della realtà percepita dalla mente di Alex. Le luci di Palladino, con i costumi estremamente simboleggianti di Chiara Aversano, completano il quadro di un lavoro che, a distanza di 44 anni dal film cult di Kubrick, ancora continua a dirci tanto. Fatto ancora più inquietante dei contenuti stessi. Un plauso agli attori in scena, a partire da Daniele Russo (Alex), Sebastiano Gavasso (Dim), Alessio Piazza (Georgie) ed Alfredo Angelici, Martina Galletta, Paola Sambo e Bruno Tramice che interpretano più ruoli ciascuno. Non mi ha convinto l’uso costante del gergo Nadsat, lo slang inventato da Burgess per i suoi personaggi. Nonostante un glossario consegnato all’ingresso, risulta difficile comprendere i dialoghi. Arancia Meccanica sarà in scena all’Eliseo fino al 15 maggio.

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Autore dell'articolo: Paolo Leone

Paolo Leone
Nato a Roma. Ama il teatro, di qualsiasi genere. Free lance, segue le stagioni teatrali romane da anni, scrivendo recensioni e realizzando interviste ai protagonisti. Attento ai giovani talenti. Ha organizzato presentazioni di libri in librerie a Roma e provincia ed è stato relatore al Salone Internazionale del Libro di Torino nel maggio 2013.

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