Ci sono libri che ti cercano e che, quando ti hanno trovata, non ti lasciano per un po’. L’anno del pensiero magico (Il saggiatore- 2005) di Joan Didion è uno di quei libri che, con uno stile tipicamente giornalistico, scava nel profondo della sofferenza umana per renderla viva, tangibile e soprattutto gestibile.
A volte, da bambini, ci si sente eterni, senza confini. Poi, a seconda dei limiti — che ci sono stati posti o imposti durante le prime fasi della crescita — si comincia ben presto a familiarizzare con l’idea della morte. E più si prende confidenza con essa, più si cerca una via di fuga che ci allontani dalle emozioni che questa spaventosa creatura ci suscita.
Può capitare che uno di noi giochi a nascondino con la morte, anestetizzando il dolore per riempirsi di sensazioni dopaminergiche che ci danno l’illusione dell’eternità. Più riceviamo dopamina, più la paura della morte sembra lontana. Eppure è solo un’illusione perché — come afferma Didion più volte nel suo libro — “una sera ti metti a tavola e la vita che conoscevi è finita”.
Con questa presa di consapevolezza l’autrice, nel suo saggio, ripercorre l’anno che va dalla morte improvvisa del marito — lo scrittore John Gregory Dunne — avvenuta la sera del 30 dicembre 2003, al primo anniversario del decesso dell’uomo con cui aveva condiviso quarant’anni di vita.
È un anno in cui il pensiero magico, fatto di idee e comportamenti irrazionali, prende il sopravvento. Si tratta di un tentativo inconscio di mantenere in vita chi non c’è più attraverso piccoli rituali mentali: credere che tornerà, conservare oggetti, evitare gesti che potrebbero “ferirlo”.
Nell’anno del pensiero magico l’autrice si trova poi a gestire la grave malattia della figlia adottiva, Quintana, che non le lascia il tempo di sentire fino in fondo l’assenza del marito.
E’ un libro struggente e, a tratti, catartico, perché ci mostra come il dolore trovi vie alternative e inattese per potersi manifestare e trasformare, rendendo il lutto man mano più sopportabile.
Non è un saggio confortante. L’autrice arriva a gestire e a trasformare il proprio dolore lasciando andare, tra le ultime pagine, la presa dei ricordi del marito. Scrive infatti che il ricordo della sera in cui è cambiato tutto si sta affievolendo e, con esso, anche le immagini dei momenti in cui la condivisione dello spazio, del tempo e delle passioni in comune era diventata un’abitudine consolidata.
Alla fine del libro le domande nascono spontanee: sentiamo la mancanza della persona che è morta o delle emozioni che quella persona ci ha suscitato? È la memoria a rendere viva una relazione oppure l’amore nasce da una sorgente più profonda, che va oltre le nostre identità e i nostri ricordi?
Joan Didion e il nuovo giornalismo, nota biografica
Joan Didion (1934-2021) è stata una scrittrice e giornalista statunitense tra le più influenti del secondo Novecento. Nata a Sacramento, in California, ha iniziato la sua carriera nella redazione di Vogue, per poi affermarsi come una delle voci più autorevoli del cosiddetto New Journalism, capace di intrecciare rigore giornalistico e scrittura letteraria. Nei suoi saggi e nei suoi romanzi ha raccontato con lucidità la società americana, le sue contraddizioni e le sue fragilità. Oltre a L’anno del pensiero magico, ha scritto molti altri libri degni di nota, come Verso Betlemme, Run River, Nel paese del re pescatore.
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