The Look of Silence è in sala: trama e recensione

The Look of silence, trama e recensioneC’è una sinestesia* dietro il sangue (solo evocato) dell’eccidio di massa perpetrato in Indonesia tra il 1965 e il 1966 dalla repressiva dittatura instaurata dal generale Suharto. I due ambiti percettivi che compongono la figura retorica The look of silence, lo “sguardo” del “silenzio”, riscrivono la “banalità del male” di arendtiana memoria attraverso il filtro oggettivo del resoconto di vittime e carnefici e la sensibilità cinematografica del cineasta che frappone, alle agghiaccianti testimonianze degli autori delle stragi (ancora impuniti), le pittoresche e intime scene di vita quotidiana del protagonista Adi. Alle prese coi due figlioletti, i due anziani genitori e lo spettro del fratello maggiore ucciso durante quegli anni neri, il giovane indonesiano ha un’importante missione da portare a compimento: rintracciare i responsabili della “soluzione finale” adottata, genericamente, contro tutti i comunisti, e cercare di dare una spiegazione all’insensato orrore che lo ha coinvolto in prima persona. Lo sguardo del regista di fronte al male assoluto, per troppo tempo passato sotto silenzio, affonda nella profondissima e straziante “cognizione del dolore” dei familiari del martire – della “mater suspiriorum” che attende ancora il ritorno del primogenito da un remoto aldilà, dello spigoloso padre che nasconde, dietro la demenza senile e la corruzione fisica, i segni indelebili della tragedia e del fratello Adi, i cui occhi, profondi e imperturbabili, misurano l’indifferenza dei suoi interlocutori, semplici mercenari addestrati per uccidere.

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The look of silence è parola sferzante che si incarna “artisticamente” – terrificanti e grottesche le pantomime dei carnefici che, come in “The act of killing”, imitano sventramenti e indicibili barbarie nella più totale assenza di colpa – è lirismo mistico – surreale e poetica la figura della madre di Adi che sbuccia ortaggi, deterge con cura il marito invalido o ripete, come uno sciamano con formule rituali, le preghiere per il figlio, fantasma tra i fantasmi di una terra rossa, per il sangue versato e per un’ideologia da tutti fraintesa. Il film di Oppenheimer svela i meccanismi sottesi alla visione cinematografica del reale, adoperandosi in metafore visive forti e ricche di pathos: Adi che misura la vista ai killer per spalancare la visuale (cinematografica, civile e politica) verso un eccidio da tutti dimenticato, non è che l’immagine-archetipo della profonda miopia sociale che affligge tutti i popoli della terra. Tutti sono ancora ciechi di fronte all’inevitabile tramonto della civiltà affogata nel sangue innocente – gli agenti della morte e i loro capi, strumentalizzati e ridotti a macchine di annientamento sono ancora a piede libero e godono perfino dei diritti politici e civili – e perfino i sicari professionisti non riescono a provare il minimo rimorso e allontanano ogni responsabilità morale nel momento in cui si offrono alla luce della macchina da presa.

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Mentre in “The act of killing”, prima parte del dittico di Oppenheimer sulle stragi indonesiane, il male assumeva il punto di vista unico del cattivo, in The look of silence lo spettatore, pur (ri)conoscendo l’abisso infero di una caduta inesorabile, viene condotto dal regista tra le maglie di un racconto più canonico e lineare, ben strutturato in formule sceniche fisse fatte di dialoghi in cui il bene e il male sono categorie ben distinte e riconoscibili. Toccante e struggente, il documentario che illumina le coscienze moderne sul tenebroso biennio vissuto dai comunisti indonesiani, è una lezione di storia dal vero in cui la messa a fuoco del dramma passa attraverso lo sguardo del silenzio, una sinestesia che non conosce il sangue ma lo evoca, che non mostra le atrocità commesse ma le mette in scena attraverso l’arte immensa della cinematografia. Ed ecco in sintesi la trama: Adi, giovane indonesiano diviso tra i due figli piccoli e gli anziani genitori, rintraccia gli autori delle efferate stragi perpetrate durante il biennio 1965-66 dopo l’instaurazione della dittatura militare di Suharto. Durante i colloqui con i colpevoli che saranno chiamati a rispondere degli atti sanguinari commessi, Adi menziona suo fratello maggiore, perito durante il rastrellamento dei comunisti.
*Figura retorica che prevede l’accostamento di due parole appartenenti a linguaggi sensoriali diversi.

 

 

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