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Rental family – Nelle vite degli altri

Rental family - Nelle vite degli altri recensione

In una società dove il confine tra spettacolo e realtà è labile, un film come Rental Family – Nelle vite degli altri appare quasi necessario. Con uno sguardo sobrio che evita qualsiasi enfasi melodrammatica, questa pellicola ci induce a porci domande alle quali è spesso difficile dare una risposta definita e certa, perché ogni caso è specifico e ogni storia porta con sé un universo di scenari possibili.

Di fronte alla bambina che non ha mai conosciuto il padre, per esempio, ci si può comportare in modi diversi. Si può anche assecondare il desiderio della madre di non farla entrare in una scuola prestigiosa e di farle sentire, almeno una volta, la presenza paterna, anche mentendo. La cosa certa è che ciò da cui fuggiamo spesso ci insegue, rendendoci ansiosi, depressi e vulnerabili, e che mentendo a noi stessi il più delle volte finiamo per farci solo del male. Eppure le bugie buone potrebbero anche servire, come nel caso dell’anziano attore che soffre di demenza senile.

Il regista Mitsuyo Miyazaki, in arte Hikare, segue le vicende di Phillip (Brendan Fraser), un attore americano che vive in Giappone tra un lavoro precario e l’altro. Quando il protagonista accetta di lavorare per la Rental Family — un’agenzia che fornisce attori su richiesta per interpretare familiari, amici o professionisti e aiutare persone con esigenze specifiche o che si trovano in situazioni particolari — la sua vita prende una piega inaspettata.

Phillip conosce la piccola Mia, di cui deve fingere di essere il padre, e se ne affeziona talmente tanto da non riuscire più a restare ai margini della sua vita, mentre anche la bambina finisce per legarsi profondamente a lui.

Qualcosa di simile accade con Kikuo, l’attore che soffre di demenza, tanto che Phillip deciderà di accompagnarlo in un lungo viaggio che metterà a dura prova la fragilità dell’anziano.

Dunque, è giusto entrare nelle vite degli altri con una bugia, anche se animata da buone intenzioni? E fino a che punto ci si può spingere? La storia di Phillip ci insegna che, qualsiasi sia la nostra risposta, è fondamentale trattare con gentilezza le persone con cui entriamo in contatto e che forse anche il dolore ha un senso. Phillip porta dentro di sé ricordi di sofferenza legati, non a caso, proprio alla figura del padre: un nodo che solo attraverso questa esperienza lavorativa riuscirà almeno in parte a sciogliere.

Nelle vite degli altri è una commedia delicata, mai disturbante e a tratti rigenerante. Grazie all’interpretazione sobria di Brendan Fraser, a una regia non invadente e a un lavoro di scrittura fine, Rental Family – Nelle vite degli altri ricorda con gentilezza che perfino una relazione nata per finta può trasformarsi in qualcosa di autentico.

Altri consigli cinematografici? Drive My Car. Ne ho scritto qui. Maria Ianniciello

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